Articoli Cinema

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Venerdì 23/04 | Ore 21:00
Sabato 24/04 | Ore 21:00
Domenica 25/04 | Ore 16:00 e 21:00

MARIA MADDALENA

Genere drammatico, storico, religioso. Diretto da Garth Davis, con Rooney Mara e Joaquin Phoenix. Durata 120 minuti. Distribuito da Universal Pictures.

Secondo film diretto da Garth Davis, Maria Maddalena è un ritratto autentico e umano di una delle più enigmatiche e incomprese figure spirituali della storia. Dopo numerosi film incentrati su Gesù di Nazareth, che relegavano Maria Maddalena a figura di contorno, questo nuovo lungometraggio a tema biblico la rende invece protagonista con il volto di Rooney Mara.

Maria Maddalena racconta la storia di una giovane donna in cerca di una nuova vita, che sia finalmente libera dalle tradizioni famigliari e dalla società fortemente gerarchica e maschilista del suo tempo. Troverà l’occasione per intraprendere un cammino di crescita grazie al neonato movimento religioso e sociale fondato dal carismatico Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix). In questo contesto riuscirà finalmente a trovare il proprio posto nel mondo, avviandosi a un viaggio di maturazione interiore che culminerà nella città di Gerusalemme.

 

Il 22 luglio se vi capitasse di andare a messa potreste imbattervi in questo “prefazio”:

Nel giardino Egli si manifestò apertamente
Maria di Magdala,
che lo aveva seguito con amore
nella sua vita terrena,
lo vide morire sulla croce
e, dopo averlo cercato nel sepolcro,
per prima lo adorò risorto dai morti;
a lei diede l’onore di essere apostola per gli stessi apostoli,
perché la buona notizia della vita nuova
giungesse ai confini della terra.

Sono parole recenti, del 2016, che almeno liturgicamente potrebbero seppellire  la tentazione tramandata nei secoli di rappresentare il femminile in un unico modo fatto principalmente di peccato e penitenza. Dentro a questo orizzonte la rielaborazione è, o dovrebbe essere, ormai la cifra che accompagna la figura di Maria di Magdala.

In tal senso il film di Garth Davis seppur con i suoi difettucci che lasciamo evidenziare con dovizia anche a teologhi e teologhe – il genere dello studioso in questa disciplina sposta talvolta sensibilmente le prospettive –, si inserisce benevolmente in questa restituzione di consistenza storica oltre ogni equivoco risalente ancora al sermone di Gregorio Magno.

Nel 591 Gregorio, Padre della chiesa, aveva infatti in un colpo solo accomunato l’indemoniata alla peccatrice. Di Marie sempre si tratta… a ciò va aggiunta la convergenza dei vangeli canonici nei quali Maria di Magdala non trova una sua genealogia: non le viene di fatto riconosciuta quella “generatività della sua missione” come spiega bene la teologa Marinella Perroni. Nei secoli la questione si è, quindi, sufficientemente aggrovigliata e non sarà di certo un film a sciogliere un nodo che continua a produrre volumi e volumi in ambito teologico.

La Maria di Magdala interpretata da Roony Mara è senza dubbio inquadrabile nel ruolo – come ancora la definirebbe la Perroni – di “discepola di Cristo” che è di più di “apostola degli apostoli”. Non lo è soltanto con la dignità riservata al qualsiasi altro dei dodici, ma ancor più per il suo ruolo diremmo oggi strategico del durante e dopo Cristo. Un approccio di scrittura e di regia che troppo frettolosamente viene etichettato – anche nelle recensioni del film – come femminista. Quasi ogni tentativo di dar conto di una profezia al femminile dovesse ricadere obbligatoriamente in questo filtro interpretativo.

Se può servire al dibattito va detto che il film non nasconde i suoi intenti fin dall’incipit: nel fluttuare di un grembo uterino la stessa voce di Maria ci invita a pensare il regno di Dio come un granello di senape piantato – e qui viene il bello – da una donna. Seminato anche da una donna (non sappiamo se per primissima: tesi che il film spinge senza remore) e non solo dall’uomo, vocabolo certamente inteso a livello esegetico per essere umano ma sappiamo, al contempo, che alle donne la tradizione non ha lasciato chissà quale posto… Una prospettiva, quindi, del “kerigma” al femminile di quanto abbiamo ascoltato spesso e volentieri soprattutto al maschile.

Un obiettivo cinematografico che già nei suoi intenti si veste, quindi, di rischi e pericoli ma che ci pare coraggioso e meritevole di una possibilità pur con alcuni evidenti limiti che il pubblico saprà anche esteticamente cogliere.  Anni fa Guido Chiesa ci provò con Maria di Betania e alcuni dialoghi suscitarono una sorta di “scalpore”, per non usare termini più intensi. Queste Marie le abbiamo sempre apprese soltanto remissive lungo la storia attraverso tanti linguaggi anche dell’arte. Forse delle “mirofore” dobbiamo comprendere ancora molte cose…

Di seguito, in questa prospettiva di servizio pastorale e culturale alle #SdC, mettiamo a disposizione una riflessione sul film di Francesco Giraldo, segretario generale di ACEC e attendiamo nei prossimi giorni una riflessione della teologa, sopracitata, Marinella Perroni.

(Arianna Prevedello – responsabile comunicazione ACEC)

Un film che riapre il dibattito sulla Chiesa delle origini

di Francesco Giraldo

Maria Maddalena è una delle figure che nella storia degli studi biblici rimane tra quelle più enigmatiche, ma anche nel contempo pregata come santa dalla Chiesa Cattolica. L’identificazione con una prostituta è frutto di una serie di equivoci (una visione nata probabilmente da un equivoco nella lettura dei Vangeli di Luca e di Giovanni, ufficializzata da Gregorio Magno nel 591 e rimessa da decenni ufficialmente in discussione dalla Chiesa). La sua comparsa avviene nel Vangelo di Luca come “una delle donne che assistevano Gesù con i loro beni”. Si narra che fosse posseduta da sette demoni e che da Gesù fu liberata. Ciò potrebbe significare che era colpita da un male (morale o fisico). Maria di Magdala fu una fedele seguace di Gesù. Fu la prima la mattina di Pasqua a cui il Cristo risorto apparve e la chiamò per nome. Per questo Papa Francesco ha reso più solenne la sua memoria equiparando la sua festa alla stregua delle solennità che celebrano gli altri apostoli: “l’Apostola degli Apostoli”. Questo profilo di donna noi vediamo nel film e il film spazza via in un sol colpo tutto quell’immaginario favolistico e negativo che potevamo avere di Maria Maddalena. Dobbiamo dimenticare la carica eversiva de L’ultima tentazione di Cristo con un sofferto Gesù interpretato da Willem Dafoe. Così vale per le tinte splatter e l’angoscia palpabile de La Passione di Cristo di Mel Gibson e anche l’immagine “pop” del Cristo con l’amata nel famosissimo musical Jesus Christ Superstar.

Maria Maddalena diretto dall’australiano Garth Davis (il regista di Lion), come annuncia il titolo stesso, sposta l’angolo prospettico e il fulcro del racconto dal figlio di Dio alla figura di una donna che entra in totale sintonia con Gesù e capisce in profondità il senso della sua predicazione. Gesù predicava il regno e la sua imminente venuta. Le caratteristiche del regno sono illustrate in varie parabole compresa la parabola del granello di senape, che viene narrata nell’incipit suggestivo del film (l’immersione nelle acque profonde della protagonista è molto simile a quella del film La Forma dell’Acqua, vincitore del recente Oscar). Maria Maddalena entra subito in sintonia con il senso profondo del regno predicato da Gesù, che è in contrapposizione a quel regno terreno che gli apostoli agognavano. Maria Maddalena non è un film religioso, si muove su dimensioni più spirituali e universali. L’adesione a Gesù, come l’adesione di ogni fedele, deve essere innanzitutto spirituale ed interiore. Il regno è vicino ed è così vicino che nasce nel cuore di Maria Maddalena. Film “femminista”. Non ha grande importanza. Sappiamo che all’alba del giorno dopo il sabato Maria M. – sola o con altre donne – (dipende dal racconto evangelico) vanno al sepolcro. Lo trovano vuoto e da quel “vuoto” nasce la loro fede nella Resurrezione. In una società dove la donna non aveva nessun credibilità “giuridica” sono quelle a cui la chiesa primitiva affida il messaggio più assurdo e “incredibile” che è quello della Resurrezione di Gesù. Pietro nel film accusa Maria M. di averli indeboliti, resi meno forti e più fragili.

È da allora che anche noi siamo più fragili. Il corpo mistico nasce dal sepolcro vuoto (Michel de Certeau). Senza il corpo di Gesù la chiesa primitiva, ma anche noi dobbiamo fare i conti. Senza corpo è impossibile fare lutto. Da allora lo cerchiamo e come ci dicono ripetutamente gli evangelisti assieme ai mistici moderni “Non so dove l’hanno messo” “Se l’hai portato vai tu, dimmi dove lo hai messo”. Queste domande fondano il discorso apostolico della chiesa primitiva e dovrebbe fondare anche la ricerca della Chiesa attuale. Questo corpo va cercato ed edificato nella storia. È una Maria Maddalena “gnostica” come già qualcuno avanza? Non lo so. Comunque, in un contesto sociale e culturale post-secolare, come lo è il nostro, il film Maria Maddalena è un prodotto culturale che pone delle questioni vere e ha tutto il diritto e l’onestà intellettuale di porle. Da segnalare le musiche estranianti ed affascinanti curate dal talentuoso compositore islandese Jòhann Jòhannsson, scomparso prematuramente lo scorso 9 febbraio a Berlino.


Maria Maddalena e la logica del Regno

(articolo pubblicato il 19/03/2018 dal blog Il Regno delle Donne)

In un giorno due “uscite” dedicate a Maria di Magdala, un libro e un film, e ciò non fa che confermare l’interesse per un personaggio a cui i Vangeli – e in modo tutto particolare Giovanni – riconoscono il ruolo di protagonista, ma a cui anche la lunga tradizione successiva ha dedicato un’attenzione tutta particolare.

Data la grande autorevolezza del suo autore, il compianto cardinale Carlo Maria Martini, è probabile che il libro riscuoterà un successo decisamente superiore a quello che verrà riservato al film. Eppure, a parte un’evidente coincidenza di fondo tra le due opere, anche il film va preso molto sul serio.

Non per il suo specifico valore cinematografico, rispetto al quale non ho alcuna competenza per poter giudicare, ma per la capacità di delineare finalmente il personaggio di Maria a partire dai testi evangelici e non continuare meccanicamente a ripetere quanto una lunga storia dell’interpretazione, sia scritturistica sia artistica, ha contribuito a scolpire nella memoria storica dell’occidente cristiano, e cioè un’immagine totalmente adulterata della discepola di Gesù, prima apostola del Vangelo della risurrezione.

Il libro…

Per presentare il film, però, è bene forse prendere le mosse proprio dalla sua coincidenza con quanto affermato dal cardinale Martini. Il libro riprende un corso di esercizi spirituali che egli ha tenuto mentre era a Gerusalemme a un gruppo dell’Ordo virginum della diocesi di Milano alla fine del 2006.

A partire dall’accostamento tra Maria e la Sulamita del Cantico dei Cantici, caro alla liturgia, Martini presenta la figura della donna di Magdala

«come l’amante estatica, come colei che agisce appunto al di fuori di sé, al di fuori di tutte le misure umane, di tutte le convenzioni, di tutto il discorso del “politicamente corretto”, per compiere gesti di superamento e conoscere così il cuore di Dio, facendolo a sua volta conoscere» (29).

Mi sia permesso di dire che quasi alla lettera, le stesse parole potrebbero essere utilizzate a commento del filmdell’australiano Garth Davis che, giustamente a mio avviso, è stato definito più spirituale che religioso. Ed è forse proprio per questo che se anche se non avrà un grande successo di pubblico, meriterebbe invece di essere sfruttato almeno in quei circuiti in cui può favorire una sana divulgazione delle narrazioni evangeliche.

Il film: espressione del femminismo

Il film ha certamente i suoi difetti, perché prende quota lentamente, rischia di essere troppo didascalico e, in alcuni momenti, anche un po’ oleografico. Né si può pensare d’altra parte che il tema ingeneri alcuna suspense, dato che si sa benissimo come va a finire. Ha però il grande merito di rendere finalmente giustizia a questa donnaa cui l’annuncio della fede nel Messia risorto deve tanto, se non tutto.

E chi dice che il film è un agglomerato di luoghi comuni, non sa quello che dice, mentre chi dice che è espressione di un femminismo dell’epoca del #Metoo coglie qualcosa di molto importante. Infatti, la riabilitazione di Maria di Magdala, finalmente non più presentata come la peccatrice pentita voluta da Gregorio Magno (591), è stata resa possibile da un secolo di esegesi femminista che ha riaperto i faldoni ritenuti ormai definitivamente chiusi e depositati nell’archivio della memoria e obbligato a mettere in discussione l’immaginario occidentale, dominato da opere letterarie e artistiche spesso anche straordinarie ma, altrettanto spesso, del tutto lontane dai testi evangelici.

La teologia del Regno

Anche per Garth Davis, come per Carlo Maria Martini, Maria di Magdala è colei che «esce al di fuori di sé». Come per Gesù, che era considerato dalla sua stessa famiglia «fuori di sé» (Mc 3,21), la ricerca di un rapporto con Dio profondo e totalizzante porta Maria a mettersi al seguito del profeta di Nazareth, ma soprattutto a essere l’unica in grado di capire lo stretto rapporto che intercorre tra la sua persona e il suo messaggio. Non a caso il film si apre e si chiude con la parabola del granello di senape (cf. Mc 4,30-32 e par.) che, in modo quanto mai incisivo, enuclea la teologia del Regno e ne comunica l’autentica spiritualità.

Tra i discepoli che seguono Gesù, Maria è l’unica che arriva a coglierne il senso perché l’annuncio del Regno raggiunge appieno le sue aspettative e risponde al suo bisogno di un Dio in grado di far implodere dall’interno il sistema patriarcale, oppressivo per le donne, come per tutti i poveri, ma anche per gli israeliti costretti a sopportare la crudele occupazione romana.

Fino alla fine gli altri discepoli, invece, non capiscono e sperano, chi in un modo chi nell’altro, che il messianismo di Gesù si risolva in una rivoluzione intramondana. Il serrato raffronto tra Maria e Giuda esprime quanto solo lei, per dirla con Martini, ha avuto il coraggio di porsi «fuori di tutte le misure umane, di tutte le convenzioni». La rivoluzione messianica non è quella attesa da Giuda e dagli altri discepoli, perché non implica il passaggio da un potere a un altro, ma la liberazione da ogni forma di potere, perfino quello delle convenzioni sociali e religiose.

Maria di Magdala, vera discepola

Maria, che i Vangeli sinottici presentano, insieme ad altre, come colei che ha seguito e servito Gesù durante tutto il suo ministero (cf. Mc 15,41s e par.) e il Vangelo di Giovanni la presenta come colei che cerca (cf. Gv 20,15), è l’unica che sa pienamente farsi discepola di Gesù perché si fa plasmare dalla sua parola e capisce appieno il valore della sua attività taumaturgica.

Per questo Gerusalemme, luogo per tutti gli altri della grande disillusione, diviene per lei luogo della vittoria: Maria è l’unica in grado di emergere dall’abisso in cui la morte del Maestro ha fatto precipitare i suoi seguaci perché l’unica in grado di percepire che l’incontro con il Messia Risorto ormai si gioca tutto su un nome appena sussurrato.

Un nome che è percepibile solo da chi è stata in grado di capire la logica del Regno con l’intelligenza del cuore. Pietro, come conservato in alcune tradizioni apocrife, fa fatica ad accettarlo perché, come mostra proprio la sua visone delle implicazioni di esclusione collegate alla differenza sessuale, non ce la fa a svincolarsi dall’ideologia patriarcale, quella stessa ideologia che stritola Giuda e le sue aspettative religiose. Proprio per questo, forse, Maria Maddalena è un film più spirituale che non religioso, come sono più spirituali che religiose le narrazioni evangeliche.

Per approfondire:

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Sabato 17/03 | Ore 21:00
Domenica 18/03 Ore 16:00 e 21:00

LA FORMA DELL’ACQUA

Film di genere drammatico, fantasy, sentimentale. Diretto da Guillermo del Toro, con Sally Hawkins e Octavia Spencer. Durata 123 minuti. Distribuito da 20th Century Fox.

⚠Attenzione⚠
Si avvisa che, per il contenuto di alcune scene, la visione del film “La forma dell’acqua” è sconsigliata ai minori di 14 anni. La presenza dei genitori è raccomandata per i minori da 10 a 14 anni. Fortemente sconsigliato e non adatto per un pubblico di età inferiore. Si declina ogni responsabilità.

Nella sua nuova opera, La forma dell’acqua, il visionario Guillermo del Toro racconta una fiaba gotica ricca di suggestioni fantasy, ambientata nel pieno della Guerra Fredda americana (siamo nel 1963) e incentrata su una giovane eroina senza voce.
A causa del suo mutismo, l’addetta alle pulizie Elisa (Sally Hawkins) si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, specchiandosi negli sguardi degli altri si vede come un essere incompleto e difettoso, così vive la routine quotidiana senza grosse ambizioni o aspettative.
Incaricate di ripulire un laboratorio segreto, Elisa e la collega Zelda (Octavia Spencer) si imbattono per caso in un pericoloso esperimento governativo: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta in una vasca sigillata piena d’aqua. Eliza si avvicina sempre di più al “mostro”, costruendo con lui una tenera complicità che farà seriamente preoccupare i suoi superiori.

Il film ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2017 ed è candidato a 13 Premi Oscar 2018.
Vincitore di 4 Premi Oscar 2018: Miglior film, migliore regia, migliore scenografia e migliore colonna sonora.

Conquiste spaziali, amore romantico e guerra fredda

Recensione di FilmCronache, Sale della Comunità

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Sabato 10/03 | Ore 21:00
Domenica 11/03 | Ore 16:00 e 21:00

IL VEGETALE

diretto da Gennaro Nunziante, con Fabio Rovazzi e Luca Zingaretti. Durata 90 minuti. Distribuito da The Walt Disney Company Italia.

“Dopo aver rovinato la discografia italiana mi sembra giusto rovinare anche il cinema”. Parola di Fabio Rovazzi che, dopo aver espugnato le radio a suon di tormentoni, ironicamente “promette” di portare scompiglio in sala con Il vegetale. Scritto e diretto da Gennaro Nunziante (regista dei film di Checco Zalone), il film vede il giovane Fabio (Rovazzi) alle prese con un padre ingombrante e una sorellina capricciosa e viziata che lo considerano un buono a nulla, un “vegetale” appunto. Lo sfortunato neolaureato in cerca di un impiego reagisce al disprezzo della sua famiglia e degli esigenti datori di lavoro, quando un evento inatteso rimescola i ruoli offrendogli una preziosa occasione. Fra situazioni comiche e trovate paradossali, il protagonista dovrà reinventare la sua vita. Accanto all’esordiente Rovazzi, nel cast troviamo Luca Zingaretti, Ninni Bruschetta e Paola Calliari.

Fabio Rovazzi, simbolo di una generazione

Fabio Rovazzi interpreta se stesso: oltre alla faccia, ci mette il nome. Fabio, il protagonista de Il vegetale (Italia, 2018) non è un semplice personaggio uscito dalla fantasia di uno sceneggiatore, ma è il simbolo di una generazione. Quella che pur di lavorare è disposta ad ogni sacrificio e, nonostante il marcio mondo degli adulti, continua ad avere una faccia pulita e qualche ideale nel cuore. La cosa non stupisce chi già conosceva la poetica di uno degli youtuber più famosi del momento (divenuto celebre nell’estate del 2016 con il tormentone “Andiamo a comandare”) e tantomeno sorprende gli estimatori di Gennaro Nunziante, già brillante regista dei film di Checco Zalone. I loro eroi, solo all’apparenza antieroi, rappresentano in realtà, grazie ad una ironia che rifugge da ogni retorica e moralismo, la parte migliore del nostro Paese, in questo caso specifico dei giovani del nostro Paese. Quelli che non si arrendono davanti alle difficoltà, che non si piegano ai compromessi, che continuano a credere che alla fine onestà e impegno pagheranno.

Fabio, giovane laureato in Scienze della comunicazione e marketing, accetta lavori umili e sottopagati. Prende le distanze dai giri poco puliti del padre e si muove nel mondo come una specie di Candido dei nostri giorni. Il film è ricco di temi, alcuni più approfonditi, altri solo accennati: disoccupazione, corruzione, immigrazione e multiculturalismo, ecologia e sviluppo sostenibile, amicizia, amore e solidarietà. La firma Disney rende accettabile il tono favolistico del film, che mantiene comunque una carica di critica ai modelli culturali imperanti e di sottile satira sociale. Decisamente divertente il cammeo con Barbara d’Urso (anche lei naturalmente nei panni di se stessa). Meno convincente, forse, il personaggio interpretato da Luca Zingaretti. Una commedia comunque divertente, ottima anche per iniziare una discussione sui problemi e le potenzialità del mondo giovanile.

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Venerdì 02/03 | Ore 21:00
Sabato 03/03 | Ore 21:00
Domenica 04/03 | Ore 16:00 e 21:00

SCONNESSI

Genere commedia. Diretto da Christian Marazziti, con Fabrizio Bentivoglio e Ricky Memphis. Durata 90 minuti. Distribuito da Vision Distribution.

Quando gli eccentrici componenti di una famiglia allargata si ritrovano in un isolato chalet di montagna senza connessione internet, gli sfortunati “Sconnessi” dovranno rispolverare rudimenti di comunicazione diretta e tornare a confrontarsi gli uni con gli altri.
L’unico a non risentire dell’assenza di rete è il capostipite Ettore (Fabrizio Bentivoglio), noto scrittore, guru dell’analogico e nemico pubblico di internet, colpevole di aver organizzato la rimpatriata in occasione del suo compleanno. L’intento dell’uomo è quello di far avvicinare i due figli – Claudio (Eugenio Franceschini), giocatore di poker on line, e Giulio (Lorenzo Zurzolo), liceale nerd e introverso – alla seconda moglie Margherita (Carolina Crescentini), incinta al settimo mese. Inaspettatamente però il gruppo si allarga quando alla gita fuori porta si uniscono anche Achille (Ricky Memphis), fratellastro di Margherita appena cacciato di casa dalla moglie, e Tea (Giulia Elettra Gorietti), giovane fidanzata di Claudio e devota fan di Ettore; e quando ad attenderli in montagna trovano l’affidabilissima tata ucraina Olga (Antonia Liskova) accompagnata dalla figlia Stella (Benedetta Porcaroli), adolescente dipendente dai social network. La lista degli ospiti indesiderati si conclude con Palmiro (Stefano Fresi), il fratello bipolare di Margherita e Achille, fuggito dalla casa di riposo. L’assenza di connessione sorprende l’impotente combriccola, la cui reazione al black out telematico avrà conseguenze catastrofiche e rocambolesche.

L’isolamento digitale che fa bene alla famiglia

Per riconnettersi a volte è proprio necessario sconnettersi: sconnettersi da internet per riconnettersi alla vita. È interessante notare come anche il cinema, seppur lentamente, inizi a mettere a fuoco il tema fondamentale della mutazione dei paradigmi relazionali legata alla rivoluzione digitale del nostro tempo. Una mutazione trasversale che, nell’era dello Smartphone, ha colpito senza grandi differenze, persone di ogni età e classe sociale. Così dopo Perfetti sconosciuti (2016), Beata ignoranza (2017) e Non c’è campo (2017), arriva ora nelle sale italiane il divertentissimo Sconnessi (2018) di Christian Marazziti, regista indubbiamente brillante e al contempo dotato di un solido quadro antropologico di riferimento.

I suoi personaggi, in prima battuta perfettamente riconducibili alle diverse macchiette della commedia all’italiana (l’intellettuale, la coatta, l’arrivista, il pazzo, l’adolescente imbranato…), rivelano in realtà una profondità inaspettata nel corso di un film che, divertendo, conduce anche ad una riflessione critica sulla famiglia e gli affetti ai tempi dei social e dei diversi dispositivi elettronici.

Ettore, romanziere romano di successo ma alle prese con un evidente blocco creativo (o sindrome del foglio bianco che dir si voglia), riunisce la famiglia in un isolato chalet del Trentino per festeggiare il proprio compleanno. Oltre ai due figli avuti dal primo matrimonio, ci sono la nuova giovane compagna in dolce attesa, i parenti borgatari di lei e la fedele governante dalle misteriose origini russe di nome Olga.

Rinchiudere personaggi diversi in un luogo isolato è un vecchio stratagemma narrativo che, dalla letteratura al cinema, funziona sempre con esiti interessanti. L’isolamento, in questo caso, diventa digitale. La mattina dopo il loro arrivo la famiglia (già piuttosto “sconnessa” di suo) si rende conto in una scena di panico collettivo che la zona è completamente priva di campo, le automobili sono fuori uso e una tormenta di neve è velocemente in arrivo. In un succedersi di gag, battute divertenti e piccoli colpi di scena, ciascuno dovrà fare così i conti con il proprio passato e soprattutto con le proprie attuali relazioni affettive e sentimentali, per una volta senza la mediazione dei social. È dunque possibile vivere senza internet? Parlare con chi si ha davanti, senza la mediazione di uno schermo digitale? Senza desiderare di essere sempre in un “altrove” che ci rende costantemente sfuggenti nei confronti della vita reale? Sono queste alcune delle domande che il film pone con apparente leggerezza e una piacevolissima vis comica allo spettatore di ogni età. Un film dunque da vedere, magari proprio in famiglia, per decidere che, almeno qualche volta vale la pena di spegnere tutti i dispositivi elettronici e parlare guardandosi negli occhi.

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Venerdì 23/02 | Ore 21:00
Sabato 24/02 | Ore 21:00
Domenica 25/02 | Ore 16:00 e 21:00

Belle e Sebastien – Amici per sempre

Genere family, avventura. Diretto da Clovis Cornillac, con Félix Bossuet e Tchéky Karyo. Durata 90 minuti. Distribuito da Notorious Pictures.

Nel terzo capitolo delle avventure cinematografiche di Belle & Sebastien, Sebastien è cresciuto, ha 12 anni e con Belle sono ancora inseparabili, anzi la famiglia si è allargata con l’arrivo di tre splendidi cuccioli di cui Sebastien si prende cura con tanta buona volontà. Una sera a casa del nonno ascolta una conversazione tra Pierre, suo padre, ed Angelina, da poco sposi, scoprendo le loro intenzioni di trasferirsi presto in Canada. Sebastien è amareggiato, non vuole lasciare il nonno che invece lo sprona a scoprire il mondo. La situazione si complica con l’arrivo di un presunto proprietario di Belle che vuole portargliela via, ma Sebastien è testardo e farà di tutto per non separarsi dalla sua migliore amica a quattro zampe.

Atmosfere disneyane sulle montagne francesi

Sebastien ora ha 12 anni e con Belle sono ancora inseparabili amici, tanto più che sono arrivati tre splendidi cuccioli di cui il ragazzo si prende cura. Una sera, però, a casa del nonno César, Sébastien ascolta una conversazione tra Pierre, suo padre, e Angelina, da poco sposi, scoprendo le loro intenzioni di trasferirsi in Canada. La situazione, poi, si complica con l’arrivo di un presunto proprietario di Belle, Joseph, intenzionato a riprendersi il cane…

Il terzo (e ultimo?) capitolo della fortunata saga cinematografica tratta dai racconti di Cécile Aubry, finito nelle mani registiche di Clovis Cornillac (qui anche interprete nei panni del vilain Joseph) si carica ancor più dei due film precedenti di atmosfere fiabesche, paesaggi incantati, suggestioni disneyane ed echi del London de Il richiamo della foresta.

Le fatiche edificanti della montagna, il “collante umano” tra le generazioni, il senso delle tradizioni e dei valori da non disperdere, il rischio, dunque, di uno sradicamento affettivo ed esperienziale: sono questi i temi principali di Belle & Sebastien-Amici per sempre, nel quale il legame tra il giovane protagonista e la bianca femmina di Patou (come ben evidenza il sottotitolo del film) ritorna ad essere centrale nell’economia narrativa di una pellicola che è, a tutti gli effetti, un romanzo di formazione. Non solo per l’adolescente del villaggio di Saint-Martin, ma anche per gli adulti che gli stanno attorno. L’introduzione, nella seconda parte del film, dell’interesse sentimentale tra l’anziano pastore e una non più giovane maestra è la riprova dell’allargamento delle “responsabilità adulte” di tutti i personaggi della saga. Una presa di coscienza generale determinata, nel plot, da Joseph, la cui presenza obbliga alla netta distinzione tra Bene e Male, spingendo Sebastien, dopo il loro primo incontro, a rifiutare l’ingresso nel mondo dei cattivi e ad ancorarsi, invece, ai sani principi educativi ricevuti.

Morality play di buona fattura, sulla scia dei precedenti capitoli, prodotto su misura per un pubblico di famiglieBelle & Sebastien-Amici per sempre non tradisce le attese, innestando nella suspence punte di comica ironia (nella figura del sindaco del paese) e ampi squarci di tenerezza (i tre dolci e affamati cucciolotti). Con una ricompattazione famigliare, sul finale, che smussa ogni spigolo e cancella ogni minaccia.