,

Martedì 12/06 | Ore 21:00

TONYA

Genere biografico, drammatico. Diretto da Craig Gillespie, con Margot Robbie e Sebastian Stan. Durata 121 minuti. Distribuito da Lucky Red.

Tonya si basa sulla vita della pattinatrice Tonya Harding (Margot Robbie), protagonista di uno dei più grandi scandali sportivi nella storia degli Stati Uniti. Prima atleta americana a distinguersi durante i campionati nazionali statunitensi del 1991, per l’esecuzione perfetta di un triplo axel, la parabola discendente della sua carriera comincia appena un anno dopo, quando si piazza in quarta posizione ai Giochi olimpici di Albertville. Conosciuta per il temperamento focoso, che plasma anche lo stile energico e scattante, la Harding finisce sulle pagine dei quotidiani come responsabile dell’aggressione della rivale Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). Colpita alle gambe da uno sconosciuto dopo gli allenamenti, la Kerrigan è costretta a ritirarsi dai campionati nazionali. L’incidente pilotato dall’ex marito di Tonya, Jeff Gillooly (Sebastian Stan), consacra la protagonista come una delle figure più controverse e competitive dello sport americano.

 

,

Martedì 05/06 | Ore 21:00

A CASA TUTTI BENE

Genere commedia, drammatico. Diretto da Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi e Carolina Crescentini. Durata 105 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

Il nuovo film di Gabriele Muccino, A casa tutti bene è il ritratto di una grande famiglia riunita per festeggiare le Nozze d’Oro dei nonni.
Sbarcati sull’isola dove la coppia di pensionati si è trasferita a vivere, figli e nipoti si ritrovano bloccati sull’isola a causa di un’improvvisa mareggiata che impedisce ai traghetti di raggiungere la costa. Il nutrito nucleo/cast composto tra gli altri da Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi e Carolina Crescentini, sarà costretto a fermarsi più a lungo del previsto sull’isoletta, sotto lo stesso opprimente tetto e in compagnia di numerosi parenti invadenti. Il confronto inevitabile farà riemergere antiche questioni in sospeso, riaccenderà conflitti e gelosie del passato, inquietudini e paure mai sopite. Ci sarà persino un colpo di fulmine, o forse è solo la tempesta che imperversa all’esterno.

Anche se L’estate addosso era già un film italiano, perché parlato nella nostra lingua e interpretato per metà da attori non statunitensi, A casa tutti bene segna il ritorno ufficiale di Gabriele Muccino in patria, tanto che lui stesso lo ha definito fin dal principio “il film del ritorno a Itaca”, paragonandosi a un Ulisse, se non più anziano, comunque più saggio del personaggio nato dalla fantasia di Omero, un uomo pacificato che ha firmato un’opera personalissima incentrata innanzitutto sulla famiglia, una grande famiglia, in questo caso.

Luci e Ombre in Famiglia

Recensione FilmCronache – Sale della Comunità

,

Martedì 29/05 | Ore 21:00

IL FILO NASCOSTO

Genere drammatico, sentimentale. Diretto da Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis e Lesley Manville. Durata 130 minuti. Distribuito da Universal Pictures.

***Adatto per dibattiti, come ritratto di un’epoca attraverso le vicende di un uomo e della sua debolezza intima e la sua leggerezza morale***

Il nuovo film di Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto, dipinge un ritratto illuminante di un artista e di un percorso creativo, e delle donne che fanno funzionare il suo mondo.
Nella cornice glamour e scintillante della Londra degli anni Cinquanta, il sarto Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) dirige insieme con sua sorella Cyril (Lesley Manville) la celebre House of Woodcock, inconfondibile marchio di stile e bellezza, richiesto da reali, stelle del cinema, ereditiere, socialiste, debuttanti e nobildonne. Gli originali e moderni capi firmati proiettano Woodcock al centro della moda britannica, e consacrano il suo nome come uno dei più conosciuti e ammirati del dopoguerra. Nonostante la conoscenza dei desideri e della figura femminile, lo scapolo impenitente considera l’amore un privilegio precluso a un artista del suo calibro, e preferisce intrattenersi con donne diverse che gli forniscono la giusta dose di ispirazione e compagnia. Finché non incontra Alma (Vicky Krieps), ragazza ambiziosa e caparbia che riesce a insinuarsi nel suo cuore come musa e come amante, sconvolgendo da un giorno all’altro la sua perfetta vita su misura.

Anderson ha dichiarato che questo film, in qualche modo ispirato dalla sua fascinazione per il per la figura di Cristóbal Balenciaga, rappresenta anche una sorta di suo tentativo di dare nuova dignità cinematografica al romanzo “Rebecca, la prima moglie” di Daphne Du Maurier e di omaggiare il film che Alfred Hitchcock ne ha tratto nel 1940, e che è nato dalla voglia di raccontare una storia dove l’eleganza (formale, degli abiti, delle persone, dei modi) la facesse da padrona.

Il filo nascosto, che è stato sceneggiato dallo stesso Anderson, non ha un direttore della fotografia accreditato: gli abituali collaboratori del regista, Robert Elswit e Mihai Mălaimare Jr., non hanno infatti potuto partecipare alle riprese, e sul set Anderson ha lavorato con diversi aiutanti, arrivando così a definire quello fotografico di questo film come “un lavoro di gruppo”, smentendo così che sarebbe stato lui stesso il vero direttore della fotografia.

Sotto le Cuciture…

Recensione FilmCronache – Sale della Comunità

Scheda di Valutazione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Nella Londra degli anni Cinquanta, Reynolds Woodcock si è imposto come sarto rinomato, stilista ricercato e preferito da nobili, star del cinema, fino ai membri della famiglia reale. Raffinato ed elegante, Woodcock si vanta di essere uno scapolo incallito, fino a quando in un locale fuori città non incontra la cameriera Alma…

Paul Thomas Anderson è, tra i registi americani contemporanei, forse il più forte, incisivo, capace di segni profondi. Da “Boogie night” a “Magnolia”, da Ubriaco d’amore e Il petroliere, da The Master a Vizio di forma, Anderson ha cambiato storie, contesti, stili, sempre mantenendo una robustezza d’espressione di incoraggiante coerenza, una capacità di sfidare e provocare. Anche ora lo scenario cambia, e non di poco. Siamo infatti nell’Inghilterra degli anni ’50, Reynolds Woodcock è già uno stilista affermato, e la sorella lo appoggia e lo sostiene. A mettere in crisi un modello di vita che sembra inattaccabile arriva Alma, una cameriera che lui conosce, avvicina e invita a cena. Non saprà più allontanarsene e rimarrà legato a lei per il futuro. Maestro di eleganza e di stile, Woodcock è uomo nevrotico e dal carattere instabile, capace di reazioni feroci e imprevedibili. Il ritratto di Woodcock è esemplare di una classe inglese superiore ma debole e leggera nei valori e nelle pretese. Al pari del creatore di moda protagonista, il film poggia su un ventaglio di emozioni imprevedibili e sfuggenti. L’amore vince, si direbbe ma la vittima non resta domata. Molti interrogativi restano aperti, ma poi viene da chiedersi di fronte ad un film fin troppo bello, ricercato, suadente, che cosa interessa a fondo dei problemi psicanalitici e interiori di un uomo bello e ricco?

,

Martedì 22/05 | Ore 21:00

CHIAMAMI CON IL TUO NOME

genere drammatico, sentimentale. Diretto da Luca Guadagnino, con Armie Hammer e Timothée Chalamet. Durata 130 minuti. Distribuito da Warner Bros.

***La storia va affrontata con mente sgombra da limiti e pregiudizi***

Chiamami col tuo nome, il nuovo film di Luca Guadagnino basato sul famoso romanzo di André Aciman, è una struggente storia d’amore e amicizia, sullo sfondo della bassa padana durante la calda estate del 1983. Nonostante la sua giovane età, il diciassettenne americano Elio Perlman (Timothée Chalamet), si dimostra un musicista colto e sensibile, più maturo e preparato dei suoi coetanei. Passando, infatti, il suo tempo a trascrivere e suonare musica classica, leggere, e flirtare con la sua amica Marzia (Esther Garrel).
Figlio di un eminente professore universitario (Michael Stuhlbarg) specializzato nella cultura greco-romana che ogni anno ospita uno studente straniero impegnato nella stesura della tesi di post dottorato, Elio attende nella villa XVII secolo di famiglia l’arrivo di un nuovo allievo di suo padre. A risalire il vialetto per trascorrere le vacanze estive nella tenuta Perlman è il giovane Oliver (Armie Hammer) un ventiquattrenne statunitense bello e affascinante. I suoi modi disinvolti colpiscono immediatamente l’adolescente impacciato, che comincia ad affacciarsi all’amore. Gli incontri tra i due giovani sono permeati da un’intensità unica e palpabile: tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, nel corso di un’estate che cambierà per sempre le loro vite, nasce tra loro un desiderio travolgente e irrefrenabile.

Scheda filmico pastorale di “Chiamami con il tuo nome”

Articolo a cura di don Maurizio Girolami, direttore dell’Istituto di Scienze Religiose di Portogruaro

Per far emergere la realtà bisogna prima immergersi in essa. Riemergere da essa non significa essere purificati ma solo più carichi di memoria, spesso indicibile.

Con queste brevi espressioni potremmo, in modo assai approssimativo, riassumere il film poetico di Luca Guadagnino, che ben merita, per cast, regia, fotografia e colonna sonora, il plauso estetico del pubblico. Chi si immerge in questo film non può non restarne coinvolto, toccato e anche ferito.

Nella campagna di un paese del nord Italia dei primi anni ‘80, durante il periodo della canicola estiva, una famiglia di origine ebraica, che ha il solo figlio diciassettenne Elio (Thimotée Chalamet), appassionato di lettura e di musica, giunge, per un periodo di tirocinio presso il padre del giovane protagonista, lo studente americano Oliver (Armie Hammer), prestante nel fisico, intellettualmente colto e sveglio, aperto alla socialità senza mostrare alcuna timidezza.

La spavalderia con la quale lo studente fronteggia la novità di ambiente e di relazioni, crea nel giovane Elio una reazione di repulsione, in un primo momento, che ben presto però si trasforma in una vera e propria passione amorosa travolgente. Il film accompagna passo dopo passo lo spettatore a immergersi nella trama di sensazioni ed emozioni del giovane protagonista.Egli è un adolescente in cerca del proprio mondo interiore che non è più solo ricettacolo delle vite altrui attraverso le letture dei molti libri che sono in casa (anche nella soffitta polverosa e abbandonata) e la musica che egli trascrive e reinterpreta adattandola ai diversi autori (la scena di lui che suona Bach con lo stile di List), ma, seguendo la pulsione irruente della sessualità, diventa lui stesso autore di qualcosa di nuovo e vissuto pienamente da lui.

Vivere ogni cosa fino in fondo, anche l’amarezza e la tristezza, sarà infatti questo il consiglio che il padre Lyle, facendosi oracolo ed interprete della tempesta emotiva provata, gli darà. Simbolo di questa trama sono le innumerevoli scene che hanno come protagonista l’acqua, nella quale, come diceva Eraclito – puntualmente ricordato – non ci si può immergere due volte nello stesso momento. Tuttavia non è l’acqua che scorre ma è chi vi si immerge che non più lo stesso quando vi risale. Significativa, a questo proposito, è l’immagine della statua di Venere ritrovata nel lago di Garda: la bellezza antica, pur avendo subito secoli di trasferimenti e di sommersione acquea, resta ferita e monca.

Così anche le emozioni di Elio provate per Oliver, sono bellezze sepolte o sommerse che attendono l’occasione propizia per emergere alla luce. L’emozione impossibile da comunicare è il desiderio di Elio di rendere manifesta la propria passione per Oliver, instaurando un rapporto che non è solo intensa amicizia, ma un’intimità così intensa che trova nel rapporto omosessuale il suo sbocco – sembra – naturale. Non si tratta solo di infatuazione per una persona dello stesso sesso, ma di un desiderio di fusione così profondo che l’uno può essere chiamato con il nome dell’altro senza alcun timore che la differenza tra i due possa in qualche modo fare scintille con un amore che è desiderato come fusionale.

È forse questo l’aspetto più vago – aggettivo attribuito nel film alla cultura francese in genere –, o ambiguo, del film. L’amore tra Elio e Oliver è così capace di fondere insieme le persone tanto che possono scambiarsi i nomi, cioè le proprie storie, annullando ogni differenza; e tale amore viene descritto in modo poetico, esteticamente convincente e pieno di sensualità. Tuttavia è anche il punto concettuale più debole del film perché l’amore non fonde, ma unisce le differenza senza per altro confonderle o mutarle. Anche il giudizio etico del regista resta vago e fa in modo che resti vago il giudizio dello spettatore su questa relazione di due giovani che fanno emergere le proprie emozioni come una delle cose più belle mai capitate. Tuttavia il calore di quell’estate avrà ben presto triste esito perché risulterà solo un’esperienza di pochi giorni, che, per quanto travolgente, non può divenire una scelta di vita.

Infatti quando arriva l’inverno, con le bellissime fotografie degli stessi paesaggi innevati, ben presto arriva anche per Elio la raggelante notizia che Oliver si sposerà. L’“usurpatore”, così come viene chiamato Oliver nella prima parola del film e il “traditore” – quando non gli rivolge la parola – pur ricordando tutto della esperienza vissuta, non potrà fare di questa esperienza il fondamento della propria esistenza, perché la fusione e la sostituzione di identità non costruisce né relazioni né persone, ma solo le appiattisce e le svuota.

Resta deluso chi attende dal film un qualche giudizio etico che possa esaltare o sminuire l’esperienza di Elio con Oliver, anzi, indignato chi vuole vederlo addirittura come una concessione alla pederastia (Elio è un minorenne). 

Tuttavia, restando al dettato filmico, la forza della sessualità viene messa in scena come espressione di un mondo interiore adolescenziale in cerca della propria identità ovunque la può trovare: nella lettura, nella musica, nella natura, nel sesso promiscuo. Per questo il film è consigliato per un pubblico adulto, ma soprattutto educato alla cultura classica che permetta di cogliere le molte e ricche sfumature che Guadagnino, in modo esteticamente magistrale, ha saputo comporre insieme.

Un aspetto pedagogicamente positivo è la figura del padre che fa da professore delle emozioni del figlio e gli spiega che quanto è accaduto non è da rigettare ma tutto va accolto e assaporato perché, per quanto si possa interpretare, leggere e studiare, ciò che vale la pena veramente di conoscere è se stessi immersi nella propria storia.

,

Martedì 15/05 | Ore 21:00

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Genere thriller, drammatic. Diretto da Martin McDonagh, con Frances McDormand e Woody Harrelson. Durata 115 minuti. Distribuito da 20th Century Fox.

***Film adatto per dibattiti***

***Contiene passaggi improntati ad una violenza forte e incisiva. I risvolti tragici della vicenda focalizzano una situazione di non facile gestione e ne mettono in evidenza il precario livello di equilibrio sociale.***

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri segue le tragicomiche vicende di una madre in cerca di giustizia per la figlia, che ingaggia una lotta contro un disordinato branco di poliziotti pigri e incompetenti. Dopo mesi trascorsi senza passi in avanti nelle indagini sull’omicidio di sua figlia, Mildred Hayes (Frances McDormand) decide di prendere in mano la situazione e “rimbeccare” le indolenti forze dell’ordine. Sulla strada che porta in città, la madre furente noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sui quali piazza una serie di messaggi polemici e controversi, rivolti al capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson). Lo stimato sceriffo di Ebbing prova a far ragionare la donna, ma quando viene coinvolto anche il vice Dixon (Sam Rockwell), uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, la campagna personale di Mildred si trasforma in una battaglia senza esclusione di colpi, calci, schiaffi, morsi, insulti e frasi scurrili.

Presentato in concorso alla settantaquattresima edizione della Mostra del Cinema di Venezia (dove si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura), al Festival di Toronto e al Festival di San Sebastian, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, in uscita nei cinema in Italia il 18 gennaio 2018, è diretto da Martin McDonagh, rinomato autore teatrale di origini irlandesi approdato al cinema a metà degli anni Duemila e noto ai più per aver diretto In Bruges e 7 psicopatici.

Recensione FilmCronache – Sale della Comunità

Scheda della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Ebbing, Missouri. Trascorsi sette mesi di inutili ricerche da quando sua figlia è stata violentata e uccisa da sconosciuti, Mildred Hayes, esasperata e decisa a scuotere l’omertà dei cittadini, decide di affiggere tre grandi cartelloni per provocare le autorità locali…

Simili a cerchi concentrici, l’effetto dei tre manifesti che mettono alla berlina lo sceriffo di Ebbing a poco a poco si allarga fino a diventare incontrollabile. L’ostinazione di Mildred genera un vero e proprio terremoto di reazioni nella cittadina. E sono boati che fanno molto rumore, tanto male e fin troppe vittime. A un certo punto la violenza che insanguina le strade è così insistita da indurre la donna a cercare di capire dove la potrà condurre. E la scia di vendette forse si acqueta. Dopo “InBruges”, 2008 e “7 psicopatici”, 2012, il regista McDonagh, inglese di nascita, fa centro con un nuovo meccanismo all’insegna di una implacabile esattezza narrativa. Giustamente premiato a Venezia ’74 con il Leone per la migliore sceneggiatura, il film vive una messa in scena incalzante e piena di colpi di scena, cruda certamente e senza sconti, fatta di sussulti, crisi, ripensamenti. Nell’ottica di uno spiazzamento aspro e duro, cinico e forte ma non rassegnato al peggio. Clima da thriller con scene da psicodramma alla Tennessee Wiliams.