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Martedì 06/02 | Ore 21:00

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Genere giallo. Diretto da Donato Carrisi, con Toni Servillo e Alessio Boni. Durata 127 minuti. Distribuito da Medusa Film.

La ragazza nella nebbia, thriller firmato Donato Carrisi, vanta un cast stellare capitanato da Toni Servillo, al fianco di Jean Reno e Alessio Boni.
Un banco di nebbia fitta avvolge il paese di Avechot, nella piccola valle incuneata tra le Alpi. La nebbia che ha inghiottito le case e le strade si abbatte anche sull’auto dell’agente Vogel: la vettura finisce in un fosso e l’uomo, pur essendo uscito incolume dall’incidente, ha i vestiti ricoperti di sangue. Smarrito, senza ricordi delle ultime ore, Vogel viene seguito da uno psichiatra insieme al quale ripercorre gli ultimi turbolenti mesi della sua vita. Bisogna tornare indietro alla scomparsa della sedicenne Anna Lou, capelli rossi, lentiggini sulle guance: la pista della fuga volontaria si incrocia con quella del rapimento, e la risonanza mediatica assunta dal caso richiede l’intervento dell’agente speciale. Abile nel pilotare l’attenzione di Tv e giornali, il modus operandi di Vogel prevede la “santificazione” della vittima e al contempo la creazione del fantomatico mostro che ne ha spezzato l’esistenza. Il profilo del pacifico professor Martini è perfettamente calzante con la descrizione dell’uomo che Vogel cerca, il colpevole ideale da dare in pasto all’audience. Eppure, ancora troppi interrogativi restano aperti: perché, dopo gli eventi di alcuni mesi prima, Vogel si trova ad Avechot? Qual è la causa dell’incidente? E a chi appartiene il sangue sui suoi vestiti?

Recensione di FilmCronache – Sale della Comunità

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Martedì 30/01 | Ore 21:00

LA SIGNORA DELLO ZOO DI VARSAVIA

#giornatadellamemoria

Genere drammatico. Diretto da Niki Caro, con Jessica Chastain e Daniel Brühl. Durata 127 minuti. Distribuito da M2 Pictures.

Ispirato alla storia vera di Jan e Antonina Zabinski, La signora dello zoo di Varsavia è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d’amore per la natura e gli animali.
Sul finire del 1939, le truppe naziste bombardano la capitale polacca, riducendo il famoso zoo a un cumulo di macerie. Il direttore della struttura e sua moglie (Jessica Chastain) assistono impotenti all’occupazione del Paese e alla costruzione del ghetto ebraico. Ma con l’inizio delle deportazioni, nel 1942, la coppia si mobilita per nascondere intere famiglie di Ebrei all’interno del giardino zoologico, mascherato da allevamento di maiali. La villa degli Zabinski e le vecchie gabbie ancora intatte diventano un rifugio segreto al riparo dai feroci nazisti. “La casa sotto la folle stella”, com’era chiamato lo zoo al tempo del suo massimo splendore, viene ricordata per aver salvato circa trecento Ebrei dal genocidio.

Controcampo, tutto femminile, di un film di guerra

Polonia 1939: quando la Germania nazista invade il paese, gli animali dello zoo di Varsavia vengono decimati dai bombardamenti. La famiglia Żabińskiche lo gestisce, sfruttando la conoscenza con lo zoologo tedesco cui ne viene affidata la direzione, si accorda per mantenere il luogo in attività come allevamento di maiali sebbene in realtà lo utilizzi come copertura per poter salvare gli uomini e i bambini ebrei internati nel ghetto. Durante i cinque terribili anni dell’occupazione tedesca ne riuscirà a salvare oltre 300.

Tratto da The Zookeeper’s Wife, il libro di Diane Ackerman incentrato sul diario inedito di Antonina Żabiński, La signora dello Zoo di Varsavia è un progetto fortemente sostenuto da Jessica Chastain, qui nel doppio ruolo di produttrice e di interprete principale. Un progetto connotato da uno sguardo interamente al femminile (quello della Ackerman sul mémoire della Żabiński, quello della regista Niki Caro, della sceneggiatrice Angela Workman e della produttrice/interprete Chastain sul libro della Ackerman) che, se da un lato produce un’interessante vertigine scopica su un tema affrontato quasi esclusivamente da sguardi maschili, difetta tuttavia di originalità nella scrittura e nelle scelte di messinscena.

Al di là dell’indubbio interesse che suscita la vicenda della famiglia Żabiński e di un impianto produttivo di buon livello che trova il proprio apice nel lavoro di alcuni materiali (scenografia e costumi ad esempio), molti (forse troppi) sono infatti i topoi narrativi che si susseguono all’interno del plot, così come molte (forse troppe) sono le soluzioni convenzionali cui ricorre  Niki Caro nell’impostare una regia corretta ma anodina. Un vero peccato, perché l’idea all’origine è tutt’altro che banale (una sorta di controcampo del film di guerra e di occupazione nazista, focalizzato sull’istinto di conservazione e preservazione della protagonista Antonina) e anche perché il film contiene sequenze d’indubbio valore (come ad esempio quella che ben restituisce lo spaesamento degli animali dopo il bombardamento nazista) che lasciano intravedere il talento della regista neozelandese.

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Martedì 23/01 | Ore 21:00

L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN

Genere commedia. Diretto da Joseph Cedar, con Richard Gere e Michael Sheen. Durata 118 minuti. Distribuito da Lucky Red.

Se chiedi a Norman Opphennaimer quale sia il suo mestiere, la risposta sarà “se le serve qualcosa io gliela trovo!”. Norman (Richard Gere) è dunque un mercante di promesse, un trafficante di favori, un sistematico investitore di aspettative a lungo termine; la sua incredibile vita è una ragnatela di relazioni superflue, volte ad acquistare fama e potere a spese altrui, senza ombra di parassitismo, ma come riscossione di un antico debito non ancora saldato. In poche parole: il navigato affarista di New York fiuta una necessità, poi la soddisfa con l’astuzia e la lungimiranza che lo contraddistinguono. Quando Micha Eshel (Lior Ashkenazi), un giovane politico che alcuni anni prima ha ricevuto la solidale “consulenza” di Norman, viene eletto Primo Ministro, il giorno che l’uomo ha tanto desiderato sembra finalmente arrivato. Ma sarà davvero come lo immaginava?

Uno spudorato imbroglione nella New York dell’alta finanza

Nelle strade e nei parchi di New York Norman Oppenheimer si spaccia per uomo d’affari, presentandosi a stupiti interlocutori come consulente di strategie aziendali. Il suo mestiere, in realtà, è quello di intrufolarsi nelle alte sfere del business e nelle vite agiate altrui sperando di ricevere in cambio ammirazione e successo. Un giorno riesce ad avvicinare un deputato israeliano in visita negli Usa, comprandogli un costoso paio di scarpe: il punto d’inizio di una spudorata scalata alla upper class o l’ultimo atto di una patetica pantomima manipolatrice?

Osservato in superficie, L’incredibile vita di Norman appare come la storia, godibilmente sospesa tra cialtroneria e scaltrezza, di un imbroglione dal cuore d’oro che si specchia nella vita degli altri per trarne giovamento, un “signor nessuno” perennemente aggrappato all’auricolare telefonico, infilato nelle orecchie da mattina a sera, per strappare appuntamenti che contano e stringere relazioni altolocate. In realtà, nel film di Joseph Cedar pulsano sottotraccia tensioni e temi profondi, attinti a piene mani dalla cultura ebraica e riposizionati nel mondo torbido di Wall Street: la contrapposizione tra volontà individuale e imperscrutabilità del destino, la messa a confronto stridente di un’artificiale attitudine al compromesso con la naturale aspirazione all’assoluto.

Mescolando consapevolmente cortigianerie e invidie, buone maniere e sfacciate menzogne, L’incredibile vita di Norman si presenta dunque come una commedia yiddish, che strizza l’occhio a Woody Allen e con un Richard Gere capace di dare volto, gestualità e parole ad un protagonista amabile per la sua latente frustrazione, smerciata per incrollabile tenacia, e detestabile per la stessa, miope insensatezza del suo agire. Burattino senza fili suo malgrado, pedina, cioè, autodisposta senza paracadute sullo scacchiere spietato dell’alta finanza e dei roventi cortocircuiti della politica, Norman Oppenheimer in fondo è un alter ego di quegli stessi potenti a cui fa la corte, il rovescio di una medaglia solo apparentemente dorata.

In realtà, la solitudine del non più giovane faccendiere, che per sentirsi vivo, intrappolato nell’eleganza stucchevole di un cappotto beige e di una sciarpa di cachemire, ha bisogno di essere riconosciuto come necessario dagli altri, è simmetricamente collegata all’intimo isolamento del politico israeliano, in un milieu umano fondato sull’inadeguatezza reciproca e collocato all’interno dell’establishment ebraico della Grande Mela e di Tel Aviv. Due riflessi, uno appena più sbiadito dell’altro, di una categoria sociale “obbligata” all’affermazione individuale, ma inasprita dal retrogusto amaro di una sconfitta esistenziale bruciante.

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Martedì 16/01 | Ore 21:00

Ricomincia la rassegna dei Martedì d’essai con:

THE CIRCLE

Genere thriller. Diretto da James Ponsoldt, con Emma Watson e Tom Hanks. Durata 110 minuti. Distribuito da Good Films e Adler Entertainment.

The Circle è un thriller moderno, ambientato in un futuro non distante, in cui la privacy è punita dalla legge e le persone devono costantemente chiedersi quale prezzo siano pronte a pagare per ottenere la conoscenza. Basato sul bestseller internazionale “Il Cerchio” di Dave Eggers, The Circle è un emozionante thriller psicologico, interpretato da Tom Hanks, Emma Watson, John Boyega e Karen Gillan. Appena fa il suo ingresso nella più grande azienda di tecnologia e social media del mondo, The Circle, Mae (Emma Watson) è incoraggiata dal Fondatore della società Eamon Bailey (Tom Hanks) a rinunciare alla propria privacy e a vivere la sua vita in un regime di trasparenza assoluta. Ma nessuno è veramente al sicuro quando tutti hanno la possibilità di guardare.

Il fascino inumano di The circle.

Il segreto è una bugia.

Sapere è bene.

Sapere tutto è meglio.

E’ la poesia dell’odierno che The circle, il cloud che si ruba tutto di noi, vorrebbe rendere il credo delle nostre giornate.

Eppure il segreto – e lo racconta bene Massimo Recalcati ne “Il segreto del figlio – è la cifra del nostro stare al mondo. La differenza che impedisce ai nostri genitori di mangiarci, che li obbliga a fare i conti con la diversità di chi viene al mondo. Il segreto è identità nutre la nostra rivoluzione interiore, è pudore che alimenta la nostra vita spirituale.

“Il padre tuo, che vede nel segreto” dice il Vangelo di Matteo. Abbiamo bisogno di avere segreti, perché mentire (risalendo all’etimologia) significa inventare altri mondi a cui altrimenti non daremmo spazio. Il nostro universo simbolico si squaglia quando il segreto viene venduto ai mercanti del tempio.

Il segreto è sentire per riuscire a custodire. Il senso. La bellezza. Il dolore.
Anche lo sguardo ha bisogno quindi di cessare. E Mae, la protagonista, lo sa: fa esperienza brutalmente che troppa trasparenza toglie solidità alla vita che duramente avevamo attraversato fin qua. La vera bugia sono gli impostori, ma quelli c’è ancor prima di The Circle.

Film imperfetto, dichiariamolo in coda. Incapace di approfondire, prima di tutto nella scrittura, le svolte di dolore che la trama sceglie di mettere in campo. Il film ha d’altronde lo stesso problema che denuncia:  The circle, come l’omonima azienda, elude la sofferenza che rimane invece una delle vie preferenziali e democratiche da cui apprendere l’arte del vivere.

Il senso di sé nell’epoca della condivisione globale

Figlia unica di una modesta famiglia, con il padre affetto da sclerosi multipla, la giovane Mae Holland lavora in un call center, rassegnata alla precarietà e all’invisibilità sociale. La sua amica Annie, però, riesce ad assicurarle un colloquio con l’azienda per la quale lavora, The Circle, leader mondiale di tecnologia e social media, che conta miliardi di iscritti grazie a TruYou: un solo account, una sola identità, una sola password, un solo sistema di pagamento. Mae supera il colloquio, entrando in un universo parallelo che supera ogni sua immaginazione: un campus popolato da migliaia di giovani sotto la guida del carismatico fondatore dell’azienda, Eamon Bailey…

“Sapere è bene, ma sapere tutto è meglio”. E’ la frase, pronunciata dal guru di The Circle interpretato da Tom Hanks, che pone al centro del film di James Ponsoldt la questione cruciale della “trasparenza sociale”, della condivisione totale e dei benefici che potrebbero derivarne nel villaggio globale di Internet e dei social network.

Tratto dal romanzo omonimo di Dave Eggers, The Circlepartendo da evidenti suggestioni orwelliane, solleva interessanti implicazioni etiche, economiche e politiche, avvicinandosi tematicamente a versanti ben esplorati dal cinema recente: la dimensione privata resa palesemente pubblica, reinterpretata in un’ottica di spettacolarità mediatica (come in The Truman Show di Peter Weir); la sfera della privacy individuale violata da sofisticati sistemi informatici, manovrati da organismi di controllo deputati alla difesa collettiva e alla tutela della sovranità nazionale (come ben racconta Snowden di Oliver Stone); la genesi di un fenomeno planetario di coesione on line, prodotto da menti prodigiose e innovative (come in The Social Network di David Fincher); la necessità di un “monitoraggio preventivo” della vita quotidiana dei cittadini, in nome di un’attività anticrimine che punti ad azzerare o perlomeno a prevenire i reati (il tema di fondo di Minority Report di Steven Spielberg).

Il problema di The Circle, però, sul piano degli esiti strettamente cinematografici, è di risultare molto meno incisivo dei modelli a cui si ispira: incrociando senza troppe sfumature idealismo puro e ambizione sfrenata, schegge di onniscienza high tech e candide ingenuità relazionali, il film di Ponsoldt, riversando riflessioni delicatissime nel sensazionalismo tecnologico (una microcamera attivata h24 per il live streaming, i continui rinvii visivi, sullo schermo, di like e retweet), fatica ad andare oltre la stessa superficie digitale che mette in campo, appiattendo e semplificando, anche con svolte narrative frettolose, quella intrigante complessità di cui si nutre.