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Martedì D’Essai 28/11 | Ore 21:00
Ingresso Unico 4€

LASCIATI ANDARE

 

Elia Venezia è uno psicanalista che cura i suoi pazienti anche attraverso l’ipnosi. La sua pigrizia rasenta i languori di Oblomov, la sua taccagneria non riguarda solo il denaro ma anche le energie vitali, che conserva come se dovessero servirgli per qualche esistenza successiva. Anche il suo rapporto con la moglie Giovanna, da cui è separato in casa (ma l’appartamento in cui abitano è diviso strategicamente in due), sono improntati alla passività: lei gli lava la biancheria, gli cucina il polpettone e il venerdì lo trascina a teatro. Ma quando la ghiottoneria e il sovrappeso rischiano di creare ad Elia seri problemi di salute, lo psicanalista si vede costretto a fare ciò che detesta con tutto se stesso: un po’ di esercizio fisico. Ad allenarlo sarà una improbabile personal trainer, la spagnola Claudia, sciroccata sempre pronta a cacciarsi nei guai ma dotata di una capacità speculare a quella di Elia: lui ristruttura le menti, lei i corpi. Inutile dire che la strana coppia finirà per rivelarsi una preziosa società di mutuo soccorso, e che fra Elia e Claudia nascerà una grande amicizia.

Tra fisicità e intelletto, una divertente “commedia umana”.

Recensione FilmCronache:

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Martedì 21/11 | Ore 21:00
SALONE DI SPAGHETTOPOLI
INGRESSO GRATUITO

CINEMA ED ECOLOGIA

RASSEGNA “ALLE RADICI DELLA VITA”

3° Appuntamento Conclusivo

 

 

I professori Quirico e Cane dell’Istituto Blaise Pascal di Giaveno ci guideranno in un dibattito aperto a tutti. Dai linguaggi del cinema alle problematiche presenti e future, seguendo l’invito dell’enciclica di Papa Francesco: “Laudato Sii”. Modera Erika Dematteis.

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Martedì D’Essai 14/11 | Ore 21:00
INGRESSO GRATUITO

L’ECONOMIA DELLA FELICITA’

RASSEGNA “ALLE RADICI DELLA VITA”

2° Appuntamento

 

 

Helena  Norberg-Hodge ci elenca otto scomode verità sulla globalizzazione. Qualche fotogramma che definisce lo stato di salute della civiltà occidentale e poi l’elenco di cosa non funziona, di come biologicamente e culturalmente, la nostra idea di esistenza si sia tramutata in spirito di sopravvivenza, con pochi slanci di vitalità e tanti momenti di sconforto. Un mercato capitalista che promuove eccessivamente la liberalizzazione del traffico commerciale, senza tenere conto delle diversità di popoli e nazioni, è un sistema che rende infelici. Questo è l’assioma della regista, appassionata attivista ambientale alla ricerca di sguardi autentici sparsi nel mondo, dalla freschezza del ‘piccolo Tibet’ alla confusione delle grandi metropoli americane.
Il viaggio comincia in Ladakh, una delle più alte e abitate regioni dell’Himalaya, dove ogni individuo partecipa e contribuisce al benessere della comunità. Vitali e socievoli, con radici ben piantate in terra, i tibetani che vivono lassù sono felici, si nutrono con i prodotti della loro terra, seguono il ritmo naturale delle cose, apprezzano la ricchezza del silenzio. Ma anche qui, in uno dei luoghi più belli dell’intero pianeta, apparentemente inattaccabile dall’arroganza del mercato globale, si è instaurato un regime occidentalizzato. Non sapevano nemmeno cosa fosse la Coca-cola ma ora lì, come altrove e ovunque, uno dei più prodigiosi simboli americani si è insediato con forza, trasportato con fatica su strade ripide e vertiginose.
Il documentario-manifesto della Norberg-Hodge punta il dito sull’imprenditoria globalizzata e argomenta la questione, portando esempi di piccole culture locali, dove la parola petrolio non si usa più e la definizione di felicità riconquista il suo vero significato. Tra interviste ai luminari del mercato globale (Vandana Shiva su tutti) e il parere della gente comune, si fa strada una soluzione per combattere lo stress di una vita troppo bombardata da messaggi pubblicitari e troppo sotto pressione; le persone capiscono il nesso tra cambiamento climatico, instabilità economica globale e la loro personale sofferenza – stress, solitudine, depressione – e in questa consapevolezza si inserisce la potenzialità di un movimento che potrebbe cambiare il mondo. Scendere al mercato a comprare le verdure piuttosto che dirigersi nel grande centro commerciale fuori città, dotato di comfort e comodità che ci fanno credere indispensabili, è il primo passo per aiutarci a riscoprire le relazioni essenziali sia con il mondo vivente che con i nostri simili.
La catastrofe ambientale ci aspetta e portare l’economia vicino a casa non ci renderà così impermeabili da farci smettere di preoccuparci per il nostro pianeta. Al di là di ogni falsa retorica e al di là del più ingenuo ottimismo,L’economia della felicità racconta puntualmente cosa, di giorno in giorno, tutti – ma soprattutto gli occidentali – potrebbero fare per migliorare il proprio stato di salute e quello degli altri. Una sorta di manuale no-global che fa ben sperare sul nostro futuro.

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Martedì D’Essai 07/11 | Ore 21:00
INGRESSO GRATUITO

UNA SCOMODA VERITA’

RASSEGNA “ALLE RADICI DELLA VITA”

1° Appuntamento

 

 

Il film offre uno sguardo appassionato e d’ispirazione alla fervente crociata di un uomo che cerca di fermare l’implacabile avanzata del riscaldamento globale smascherando i miti e i fraintendimenti che lo circondano. Quest’uomo e’ il precedente Vice Presidente Al Gore, che alla vigilia della sconfitta alle elezioni del 2000, ha cambiato il corso della sua vita per mettersi in trincea, con uno sforzo incondizionato per aiutare a salvare il pianeta da cambiamenti irrevocabili.

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Martedì D’Essai 31/10 | Ore 21:00
Biglietto Unico 4€

QUELLO CHE SO DI LEI

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita, deve decidere cosa fare.

Due donne al bivio delle proprie vite.

Claire è un’ostetrica con un talento naturale nel mettere al mondo i bimbi, appassionata sul lavoro e rigorosa nella vita, madre di un figlio, studente in medicina, appena andato a stare per conto suo. Un giorno riceve una strana telefonata. Una voce riemerge dal passato: Béatrice, l’eccentrica e frivola amante del suo compianto padre, vuole rivederla, trent’anni dopo essere scomparsa nel nulla. Agli antipodi in tutti i sensi, la coscienziosa e misurata Claire e lo spirito libero Béatrice impareranno pian piano ad accettarsi…

C’è un dialogo, in Quello che so di lei, che spiega il senso profondo del film di Martin Provost. Ed è quello in cui Claire, dopo la chiusura della clinica in cui ha esercitato fino a quel momento la sua professione, proponendosi ad un ospedale moderno e iperefficiente viene informata che il termine sage femme (“ostetrica” in francese) sarà rimpiazzato dal più asettico “tecnico delle nascite”. Una sfumatura etimologica apparentemente senza importanza, ma che in Quello che so di lei (il cui titolo originale è appunto Sage femme) rivela non solo il profilo caratteriale della levatrice, ma anche le intenzioni socio-filosofiche del film: il “dietrofront” della donna, che non è disposta ad accettare che un piccolo reparto maternità chiuda i battenti per lasciare il posto a una “fabbrica di neonati” in cui la logica del profitto intende sostituire il fattore umano, è infatti esplicativo dello spirito che illumina la pellicola di Provost, attenta alle fragili imperfezioni della vita e non alle granitiche certezze dell’esistenza.

L’eccellente interpretazione di Catherine Frot imprime a Claire il tratto di una donna dai modi gentili ma auto-isolata nella sua condotta, ancorata a principi e valori ai quali si rifiuta di abdicare, indossando il camicie rosa tra le partorienti così come stretta nel suo impermeabile beige tra le vie della città. Quello che so di lei è innanzitutto un omaggio in immagini a tutte quelle donne che lavorano nell’anonimato, dedicando il loro impegno agli altri senza aspettarsi nulla in cambio. E al contempo, portando Claire a farsi “contagiare” sempre più dall’amara leggerezza della ex compagna del padre, Béatrice (un’intensa Catherine Deneuve), il film di Provost si fa testimonianza coinvolgente di come si possa (e si debba) ritrovare il senso di sé accettando inadeguatezze e irrequietezze, modificando il proprio approccio verso gli altri.

Sofferto e intimamente doloroso, ma pervaso da tracce di sottile ironia, osservato interamente da una prospettiva femminile e attraversato da un’ombra che arriva a farsi luce, Quello che so di lei è tutto giocato sulla coniugazione degli opposti, su un’impalcatura narrativa fondata su antinomie dichiarate: il rimbalzo continuo tra l’inizio dell’avventura terrena (i neonati appena partoriti) e la sua prossima fine (la malattia di Béatrice), la necessità, per le due donne, di colmare un vuoto nelle reciproche vite (Claire ritrovando in Béatrice una seconda madre, Béatrice identificando in Claire la figlia che non ha mai avuto). Così, seppure sfiorato dalla morte, il film di Provost pulsa di vita piena. In un’ideale trasmissione generazionale di saperi e piaceri. E in un’adesione alla caducità delle cose umane che si fa compassione per chi è senza difese.