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Sabato 11/11 | Ore 21:00
Domenica 12/11 | Ore 16:00 e 21:00

THOR – RAGNAROK

Il ritorno di Thor ad Asgard si fa amaro quando scopre che Loki si è sostituito al padre Odino sul trono, spedendo quest’ultimo in un ospizio terrestre. Ma il peggio deve ancora arrivare: Hela, sorella maggiore e dea della morte, sta per uscire dalla sua prigione e vuole vendicarsi su Asgard.
Il percorso di avvicinamento alle Infinity Wars, destinate a riunire e forse cambiare per sempre l’universo cinematografico Marvel (MCU), sembra interminabile e passa da episodi intermedi che, inevitabilmente, godono di un interesse limitato.

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Venerdì 10/11 | Ore 21:00 – Rassegna Danza

PAROLE MANCANTI, GESTI ESISTENTI

con Sara Botta e Davide Sabatino

coreografie di Alessandra Pomata e Cristiana Valsesia

IL CONDOMINIO

con I Chichi

coreografie di Cristiana Valsesia

RASSEGNA “GESTI DIVERSI” – Arte In Movimento

2° Appuntamento

info 3407734093

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Martedì D’Essai 07/11 | Ore 21:00
INGRESSO GRATUITO

UNA SCOMODA VERITA’

RASSEGNA “ALLE RADICI DELLA VITA”

1° Appuntamento

 

 

Il film offre uno sguardo appassionato e d’ispirazione alla fervente crociata di un uomo che cerca di fermare l’implacabile avanzata del riscaldamento globale smascherando i miti e i fraintendimenti che lo circondano. Quest’uomo e’ il precedente Vice Presidente Al Gore, che alla vigilia della sconfitta alle elezioni del 2000, ha cambiato il corso della sua vita per mettersi in trincea, con uno sforzo incondizionato per aiutare a salvare il pianeta da cambiamenti irrevocabili.

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Venerdì 03/11 | Ore 21:00
Sabato 04/11 | Ore 21:00
Domenica 05/11 | Ore 16:00 e 21:00

VITTORIA E ABDUL

 

 

Abdul Karim, umile impiegato indiano, ventenne o poco più, viene scelto per consegnare un omaggio alla regina Vittoria, in occasione del giubileo per i cinquant’anni del regno. Viene scelto esclusivamente in virtù della sua altezza, come a dire per puro caso. Diventerà il servitore, poi il segretario e infine il “Munshi”, il maestro spirituale, della regina e imperatrice. La loro amicizia sarà così salda e intima da infastidire e spaventare la famiglia reale e la corte dei più prossimi al trono, al punto che il figlio, Edoardo VII, darà alla fiamme la loro corrispondenza e ogni testimonianza di quella relazione.

In occasione del Golden Jubilee, il giovane indiano Abdul riceve l’incarico di consegnare personalmente alla regina Vittoria una medaglia d’oro, come segno di affetto e di rispetto nei confronti del Regno. Onorato da questo compito, Abdul attende il gran giorno con eccitazione e quando consegna alla regina il suo dono non riesce a resistere alla tentazione di guardarla, infrangendo così una delle tante regole cui doveva sottostare. Lo scambio di sguardi tra i due è rapido ma sufficiente a risvegliare l’interesse e la curiosità della prima donna inglese che accoglie il giovane tra le sue grazie. Questo umile servo di fede mussulmana diviene prima così suo personale confidente, poi intimo amico e persino Munshi (Maestro), dedicando buona parte del suo tempo a insegnarle l’urdu, la lingua ufficiale del suo Paese, e il Corano. Mentre il legame tra i due si fa sempre più speciale, a corte saltano gli umori e gli uomini e le donne più vicine alla regina, così come gli esponenti del Governo e il povero trascurato Bertie, futuro re Edoardo VII, li osservano con scandalo e fastidio e provano ribrezzo di fronte a questa relazione inusuale e scomoda, che mina la stabilità di un intero sistema e della classe sociale.
Presentato Fuori Concorso a Venezia, Vittoria & Abdul trae ispirazione dal libro di Shrabani Basu, presto in arrivo anche in Italia con il titolo di «Vittoria e Abdul. La vera storia del confidente più vicino alla regina», dove si narra del legame tra due essere umani di estrazione sociale, religione e cultura diversa.
La storia, fino a oggi sconosciuta, è stata poi rimaneggiata da Stephen Frears, assumendo la forma di una favola moderna e irriverente. Il regista non nasconde le sue intenzioni e chiarisce fin da subito di averci messo del suo e di averla romanzata quel tanto che basta per renderla interessante e accattivante agli occhi dello spettatore. La relazione platonica e romantica tra Vittoria e Abdul si fa però anche strumento per indagare il complicato rapporto tra due culture  e due modi di pensare diametralmente opposte, in un periodo storico in cui una delle due ha un ben preciso ruolo di supremazia sull’altra. Il film di Stephen Frears regge da un punto di vista contenutistico e stilistico, deride con umorismo graffiante le rigide convenzioni dell’epoca, si regge su una trama asciutta che intrattiene e diverte e vive grazie alla statuaria presenza di Judi Dench, ancora un volta regina del e per il cinema. Si fa inoltre portare di un messaggio politico mai come oggi attuale e provocatorio.

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Martedì D’Essai 31/10 | Ore 21:00
Biglietto Unico 4€

QUELLO CHE SO DI LEI

Claire è un’ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l’aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita, deve decidere cosa fare.

Due donne al bivio delle proprie vite.

Claire è un’ostetrica con un talento naturale nel mettere al mondo i bimbi, appassionata sul lavoro e rigorosa nella vita, madre di un figlio, studente in medicina, appena andato a stare per conto suo. Un giorno riceve una strana telefonata. Una voce riemerge dal passato: Béatrice, l’eccentrica e frivola amante del suo compianto padre, vuole rivederla, trent’anni dopo essere scomparsa nel nulla. Agli antipodi in tutti i sensi, la coscienziosa e misurata Claire e lo spirito libero Béatrice impareranno pian piano ad accettarsi…

C’è un dialogo, in Quello che so di lei, che spiega il senso profondo del film di Martin Provost. Ed è quello in cui Claire, dopo la chiusura della clinica in cui ha esercitato fino a quel momento la sua professione, proponendosi ad un ospedale moderno e iperefficiente viene informata che il termine sage femme (“ostetrica” in francese) sarà rimpiazzato dal più asettico “tecnico delle nascite”. Una sfumatura etimologica apparentemente senza importanza, ma che in Quello che so di lei (il cui titolo originale è appunto Sage femme) rivela non solo il profilo caratteriale della levatrice, ma anche le intenzioni socio-filosofiche del film: il “dietrofront” della donna, che non è disposta ad accettare che un piccolo reparto maternità chiuda i battenti per lasciare il posto a una “fabbrica di neonati” in cui la logica del profitto intende sostituire il fattore umano, è infatti esplicativo dello spirito che illumina la pellicola di Provost, attenta alle fragili imperfezioni della vita e non alle granitiche certezze dell’esistenza.

L’eccellente interpretazione di Catherine Frot imprime a Claire il tratto di una donna dai modi gentili ma auto-isolata nella sua condotta, ancorata a principi e valori ai quali si rifiuta di abdicare, indossando il camicie rosa tra le partorienti così come stretta nel suo impermeabile beige tra le vie della città. Quello che so di lei è innanzitutto un omaggio in immagini a tutte quelle donne che lavorano nell’anonimato, dedicando il loro impegno agli altri senza aspettarsi nulla in cambio. E al contempo, portando Claire a farsi “contagiare” sempre più dall’amara leggerezza della ex compagna del padre, Béatrice (un’intensa Catherine Deneuve), il film di Provost si fa testimonianza coinvolgente di come si possa (e si debba) ritrovare il senso di sé accettando inadeguatezze e irrequietezze, modificando il proprio approccio verso gli altri.

Sofferto e intimamente doloroso, ma pervaso da tracce di sottile ironia, osservato interamente da una prospettiva femminile e attraversato da un’ombra che arriva a farsi luce, Quello che so di lei è tutto giocato sulla coniugazione degli opposti, su un’impalcatura narrativa fondata su antinomie dichiarate: il rimbalzo continuo tra l’inizio dell’avventura terrena (i neonati appena partoriti) e la sua prossima fine (la malattia di Béatrice), la necessità, per le due donne, di colmare un vuoto nelle reciproche vite (Claire ritrovando in Béatrice una seconda madre, Béatrice identificando in Claire la figlia che non ha mai avuto). Così, seppure sfiorato dalla morte, il film di Provost pulsa di vita piena. In un’ideale trasmissione generazionale di saperi e piaceri. E in un’adesione alla caducità delle cose umane che si fa compassione per chi è senza difese.