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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE
– Martedì 06/11 | Ore 21:15

Genere drammatico. Diretto da Todd Haynes, con Oakes Fegley e Millicent Simmonds. Durata 117 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

Tratto dall’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick, La stanza delle meraviglie, il film diretto da Todd Haynes, racconta la storia di Ben (Oakes Fegley) e Rose (Millicent Simmonds), due bambini sordi nati e vissuti in epoche diverse, più precisamente a distanza di cinquant’anni.
Cosa li accomuna? Il desiderio di una vita diversa, migliore rispetto alla propria.
Rose abita nel New Jersey del 1927, tenuta isolata dai coetanei e dal resto del mondo da un padre eccessivamente protettivo, e sogna di incontrare una celebre attrice del cinema muto di cui raccoglie foto e ritagli di giornale in un album. Ben abita nel Minnesota del 1977 e sogna di incontrare il padre che non ha mai conosciuto. Le loro storie scorrono parallele, legate da una misteriosa connessione, finché una serie di coincidenze li farà incontrare nella magica cornice di New York, città che per entrambi rappresenta il simbolo di una rinascita, di una nuova vita.
Un giorno, infatti, Rose fugge di casa per andare a Manhattan, dove spera di incontrare il suo idolo: l’attrice Lillian Mayhew (Julianne Moore). Esattamente cinquant’anni dopo Ben fa lo stesso: dopo aver scoperto un indizio sulla propria famiglia lasciato dalla defunta madre Elaine (Michelle Williams), decide di recarsi a New York per scoprire tutta la verità sulle sue origini e trovare finalmente il padre. Si innesca così una doppia ricerca parallela e simmetrica, che porta i due ragazzini a vivere un’avventura favolosa e stupefacente, colma di speranze ma anche di pericoli e minacce. Nonostante l’impossibilità di comunicare e le grosse complicazioni che incontrano nel compiere anche le cose più semplici, confusi dal caos della Grande Mela, Ben e Rose sono determinati ad arrivare fino in fondo, e a trovare finalmente il loro posto nel mondo.

Commissione Nazionale Valutazione Film CEI

In epoche diverse, il 1922 e il 1977, Ben e Rose, due bambini, si muovono per raggiungere New York, dove nutrono la speranza di ritrovare lui il padre, lei un’attrice di cui raccoglie foto da inserire nel proprio album…

Valutazione Pastorale

Todd Haynes, nato a Los Angeles nel 1961, è un regista che in quasi trenta anni di carriera (esordio nel 1991 con “Poison”) ha frequentato un cinema tendenzialmente nervoso e provocatorio, sempre muovendosi sul filo di una rilettura spinosa e sofferta della realtà, filtrata non di rado da uno sguardo malinconico e incline al mélo. Che ora abbia cambiato argomento, sovvertendo ruoli e approcci e rovesciando la Storia fino a sovvertirne i presupposti può sorprendere fino a un certo punto. Il fatto è che, partendo dalla graphic novel omonima di Brian Selzick, Haynes si trova tra le mani una materia non facile e a suo modo rischiosa. Si trattava infatti di far incontrare, e di dare un senso compiuto, alle vicende di due bambini, collocate lontane per tempo e spazio. Haynes affronta il copione con piglio robusto e deciso, operando da subito la scelta che aiuta a tirare una linea di demarcazione: Rose si muove negli anni Venti, Ben nel 1977. Entrambi a New York, entrambi alla ricerca di un padre e di una madre finora solo sognati. Rose e Ben sono muti, Rose vive dentro un cinema senza parole, Ben fa i conti con un società che vive come se ci fosse sempre “Taxi driver”. I due racconti procedono separati e quasi non si avvertono i momenti che segnano qualche punto di avvicinamento. La regia corre lungo una linea dal tratto forte ma dal segno esile. I bambini vivono con passione le scoperte del loro mondo ‘negato’ ai rumori che però compensano con le foto e con la scrittura. Ben fa la scoperta dell’amicizia dopo aver rischiato di perderla. Il racconto prosegue, incalzato da un precipitare di dolori ed emozioni infantili. Lunghi momenti di silenzio intenso e rivelatore si alternano con musiche anni ’70. La colonna sonora di Carter Burwell infonde atmosfere che evocano malinconia e rimpianto. Il finale, che non diciamo, vola sulle suggestioni del mai sopito ricordo di una vita che poteva essere e non è stata. Rimane il dubbio, se a prevalere sia la sostanza del testo (la graphic novel di Selznick già autore di quel “Hugo Cabret” alla base della trasposizione di Martin Scorsese) o la messa in scena di Haynes, capace di restituire la magia di una favola dai contorni cangianti, intimiditi eppure spettacolari. L’autore comunque conferma un talento puro e cristallino, la capacità di toccare le corde dell’infanzia, scandendone i passaggi più delicati, e dimostrando di essere in grado di costruire un cinema dolente e comprensivo, fatto di forte narrazione favolistica e insieme di amara realtà. Tutti motivi che inducono, dal punto di vista pastorale, a valutare il film come consigliabile e soprattutto poetico. Il film è da utilizzare in programmazione ordinaria e in molte successive occasioni, come prodotto per l’infanzia, per i bambini, per la famiglia, con tutto il contorno di forti emozioni e di profonda bellezza che le immagini rimandano. Importante l’attenzione alla ‘sordità’ che accomuna i due bambini. Il modo sofferto e insieme positivo con cui l’argomento viene trattato può servire per avviare riflessioni e discussioni sul rapporto cinema/disabilità, nella dimensione dell’adolescenza e della maggiore età.