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Sabato 21/10 ,domenica 22/10 ore 21,00 e domenica ore 18,00

BLADE RUNNER 2049

L’agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell’anno 2049. Sono passati trent’anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi “lavori in pelle”: perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Il seguito del film di Rydley Scott, 35 anni dopo.

Lo sguardo rivolto al cielo di Villeneuve.

“Oggi è nato per voi un Salvatore”. Anno del Signore 2049, in una regione solitaria un replicante uccide un Nexus ribelle di vecchia generazione. Nei pressi della sua abitazione viene rinvenuta una cassa contenenti resti di un replicante femminile, deceduta trenta anni prima a causa di un parto.

Nel film di Villeneuve riecheggia più volte la frase tratta dal vangelo di Luca. Coniugata alla trama, rivisitata e corretta, si tratta di una citazione come molte altre tratte dalla Scrittura. E’ una modalità piuttosto diffusa con la quale il cinema vuole celebrare un evento quotidiano eppure magnifico: la nascita della vita.

Tra qualche decade, ci dicono, la vita continuerà a nascere. E si tratterà ancora di un miracolo. Occorre però crederci ai miracoli, come quelli che faceva Gesù, sempre orientati a recuperare la vita, posizionarla al giusto posto, consacrarla. I replicanti di Blade Runner 2049 sono riusciti a entrare in questa dinamica riproduttiva. Le vicende che il film ci racconta ci introducono in un mondo tanto lontano e distopico quanto reale, proprio perché la nascita di una nuova vita è un evento che colpisce e converte. Non si tratta solo dell’esclusività del parto di un replicante, ma della consapevolezza che la procreazione è un dono di Dio, è partecipazione alla sua opera creatrice.

Ma dov’è Dio nell’inferno raccontato da Villeneuve? Tutto sembra annunciarne la morte. Solitudine, distruzione, scomparsa quasi totale della natura – siamo davvero sicuri che si tratti di un film di fantascienza? – la creatura ora è abbandonata, orfana del suo Creatore. Va aggiunto che questa è un’apocalisse davvero assoluta, i famosi schermi futuristici del primo Blade Runner (1982) ora non invitano semplicemente a dissetarsi della bevanda americana più conosciuta ma svendono donne nude e disponibili con lo slogan “everything you want to see”, le relazioni sono robotizzate, ci si innamora di ologrammi, illusioni che sembrano persone vere e che cambiano aspetto a seconda della promozione acquistata. Blade Runner 2049è il cimitero dell’umano. Ma il rischio è quello di assuefarsi a tale finzione, credere alla menzogna piuttosto che alla verità, illudersi di vivere quando in realtà si tira a campare in un avveniristico baratro. “Non avete mai visto un miracolo”, sono le ultime parole di un replicante al suo carnefice, sottendendo che la vita è il vero miracolo. Il protagonista, l’agente K, un grandioso Ryan Gosling, parte alla ricerca della vita reale, della perla preziosa che è l’umanità, con queste parole che gli riecheggiano dentro. E’ lui stesso un replicante, non sa cosa significhi essere umani, ma se una speranza abita il suo cuore è che quel bambino nato trenta anni prima sia proprio lui. Desidera avere la vita, averla in abbondanza, spera di non essere la copia di nessuno. I prodotti di laboratorio, per quanto siano “più umani degli umani”, non possono sperare di avere il superpotere più imbattibile, cioè la libertà di essere veri, creare relazioni autentiche e fare della propria vita un capolavoro.

“Stiamo tutti cercando qualcosa di reale”, una magra consolazione che viene rivolta a K come incentivo alla sua ricerca, un impulso a non darsi per vinto. Nel primo film di Ridley Scott, un unicorno ha scatenato una valanga di interpretazioni, posizionava il futuro del film in una dimensione di sogno e di irrealtà. Ora invece, nel film di Villeneuve, la presenza di un cavallino di legno – materiale preziosissimo e raro nel 2049 – è invece simbolo del nostro attaccamento alla terra ma con lo sguardo rivolto al cielo (come accade all’agente K nell’ispiratissima scena finale), verso un oltre che grida la sacralità di ogni gesto quotidiano, col cuore rivolto verso Dio, non sempre percepibile, ma che instilla nel cuore di ogni uomo la sete di infinito. Il passaggio alla regia di Villeneuve opera proprio questa conversione al reale, presente in tutto il film, in cui il protagonista appare come un mendicante di senso, un cercatore di umanità. Le domande esistenziali che emergono scena per scena sono il valore più bello di una pellicola che riesce a stare in equilibrio perfetto tra l’onere di un sequel ambizioso e l’onore di aver scritto una sceneggiatura sciolta e creativa.

“Io so cos’è reale”, Deckard – l’unico umano accreditato della pellicola – è il solo a poter pronunciare una frase che appare come una solida boa a cui aggrapparsi in mezzo a un oceano di insicurezze.

Al termine del film si potrebbero tirare le somme su cosa sia veramente umano, o almeno lasciamo la sala con la consapevolezza che l’uomo può ancora sperare di costruire impalcature di bene in un ecosistema di purulenti strutture di peccato. Si tratta della capacità di sacrificio, dell’alterità, di saper costruire relazioni significative con cui modellare le proprie esistenze, della capacità di amare, che svela definitivamente il reale (Deckard sa distinguere la vera Rachael dalla sua copia: “aveva gli occhi verdi”) mentre vivere nella menzogna, come accade al curioso villain Wallace, non permette di vedere la vita con occhi limpidi ma accecati dalla sopraffazione, dal profitto, dall’interesse.

Recensione Sale della Comunità:

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Venerdì 20 /10 ARTE IN MOIVIMENTO inizio rassegna danza ore 21,00

FUGA – L’ultimo rifugio
Compagnia EGRI BIANCO DANZA coreografia di Raphael Bianco.

20 OTT “FUGA” COR. DI RAPHAEL BIANCO

OTTOBRE 20 @ 21:00 – 23:00
Compagnia EgriBiancoDanza

Teatro San Lorenzo – via Ospedale 8, Giaveno
Biglietti a €12 intero e €8 se comprati presso Arte in Movimento via Susa 7, Giaveno

www.egridanza.com/eventi/fuga-giaveno
Spettacolo di grande attualità incentrato sul tema della Memoria, nato nel 2015 per il festival “Invito alla Danza” di Roma per una duplice esecuzione, versione teatrale e versione site specific al Bunker del Soratte.

La cornice del rifugio antiatomico del Soratte ispirò il coreografo Raphael Bianco a rappresentare situazioni di attesa, fuga, scampo, nell’ambiente claustrofobico di uno spazio che è stato testimone di sofferenza e strategie militari e dove danza e musica dal vivo interagiscono nella linea contemporanea di un dialogo aleatorio evocando suggestioni e stati d’animo attraverso l’interazione fra suono e gesto danzante.

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Martedì 17 ottobre ore 21,00 Rassegna d’Essai biglietto unico 4 €

IN VIAGGIO CON JACQUELINE

Fatah è un contadino che vive con la moglie e due figlie in un piccolo villaggio dell’Algeria. La sua passione è l’unica mucca che ha: Jacqueline. Da anni chiede di poter concorrere con lei al Salone dell’Agricoltura di Parigi e finalmente la sua costanza viene premiata: riceve l’invito. Messi insieme, con l’aiuto dei compaesani, i soldi necessari per la traversata e la sussistenza Fatah e Jacqueline partono. L’idea è quella, una volta sbarcati a Marsiglia, di raggiungere Parigi a piedi. Il viaggio ha inizio.
Il cinema francese ha nella propria storia di prodotti destinati al più vasto pubblico un film che molti ricordano per le risate ma anche per la commozione.

Una mucca come compagna di viaggio.

Fatah è un contadino di un piccolo paese algerino ed è molto attaccato alla propria mucca Jacqueline. Il suo sogno è quello di farla partecipare al Salone dell’Agricoltura di Parigi così, quando finalmente arriva l’invito tanto desiderato, convince la moglie e i suoi compaesani ad aiutarlo e parte in traghetto alla volta di Marsiglia deciso ad attraversare la Francia a piedi insieme a Jacqueline. Il viaggio di Fatah si trasforma ben presto in una grande avventura fatta di incontri sorprendenti, imprevisti e nuove amicizie.

In Patria è riuscito a ottenere grandi consensi sia al festival della commedia de l’Alpe d’Huez (dove ha trionfato ottenendo un doppio riconoscimento), sia dal pubblico delle sale, che lo ha premiato con oltre un milione di biglietti venduti e con un inatteso passaparola. In viaggio con Jacqueline si presenta dunque con l’aura del vero e proprio caso cinematografico capace di convincere attraverso la semplicità della scrittura e la contagiosa naïveté dei suoi interpreti. Una vicenda che mescola la struttura del road-movie con i toni brillanti della commedia interculturale, ma che non nasconde riferimenti più o meno evidenti al cinema (da La vacca e il prigioniero di Henri Verneuil, omaggiato esplicitamente con una sequenza, a Little Miss Sunshine o a Una storia vera di David Lynch) e alla letteratura illuminista francese. Se infatti sono le stesse dichiarazioni del regista a chiamare in causa le Lettere persiane di Montesquieu come fonte d’ispirazione, nel personaggio di Fatah vi è più di qualche tratto che richiama anche il Candidedi Voltaire.

Prodotto da Olivier Nakache e Eric Toledano (la coppia di registi di Quasi amici), il film del regista franco-algerino Hamidi se da una parte è incentrato su un plot esile e fa un largo uso di situazioni e gag assai frequentate, dall’altra ha nella sincerità con cui costruisce i propri personaggi e nella loro genuina purezza il proprio punto di forza. Una commedia dunque non memorabile, ma alla cui leggerezza sarà difficile resistere.

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Venerdì 13,sabato 14, domenica 15/10 ore 21,00 e domenica ore 18,00

CHI M’HA VISTO

Martino Piccione è un chitarrista pugliese relegato a fare da supporter a musicisti di fama. A 48 anni sembra destinato a rimanere per sempre nell’ombra, anche se il suo talento meriterebbe le luci della ribalta. Dopo una tournée con Jovanotti Martino torna alla nativa Ginosa, piccolo centro della Murgia tarantina, dove ritrova l’anziana madre Natuzza e i paesani che continuano a chiedergli quando si troverà un lavoro vero e smetterà di giocare. Solo l’amico di sempre Peppino Quaglia, cialtrone perdigiorno parcheggiato con l’Ape nella piazzetta del paese, sembra capirlo, e quando il chitarrista decide di sparire dalla circolazione per attirare su di sé l’attenzione dei media Peppino lo appoggia e lo assiste, a modo suo.

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Martedì d’Essai 10/10 ore 21,00 biglietto unico 4€

LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE

Tre donne divise.

Salma e Leila sono due ragazze disinibite che condividono un appartamento a Tel Aviv: la prima fa la dj in disco-bar notturni, la seconda è un avvocato dai comportamenti libertini. Quando alle due si aggiunge anche Nour, una studentessa musulmana fidanzata con un fondamentalista, le differenze culturali vengono fuori, fino a esplodere. Tra le tre però si stabilisce una complicità che le porta ad affrontare insieme gli ostacoli che la vita ha riservato loro.

La prima considerazione sul bell’esordio di Maysaloun Hamoud scaturisce dal titolo scelto per la distribuzione italiana. Libere disobbedienti innamorate infatti non traduce il concetto basilare del film, contenuto sia nel titolo originale (Bar Bahar, letteralmente Tra terra e mare), sia in quello della distribuzione internazionale (In Between ovvero Nel mezzo). L’opera prima della regista israeliana nata a Budapest infatti è composta da tre ritratti femminili che agiscono su uno sfondo (l’effervescente e contraddittoria Tel Aviv di oggi) in cui è fisiologico trovarsi nel mezzoappunto. Nel mezzo di un passaggio generazionale e di un’area geografica promiscua, ma anche di un territorio diviso in cui l’attrito religioso e culturale è più evidente che altrove.

Il secondo elemento da prendere in considerazione è che, scevro da precise posizioni politiche e/o religiose, In Between è sostanzialmente un film sull’ipocrisia. L’itinerario esistenziale di ognuna delle tre protagoniste prevede infatti un incontro/scontro con persone che incarnano posizioni retrive e intransigenti, dietro i cui comportamenti si celano comunque molte ambiguità. Un percorso giocato consapevolmente sulle antinomie (culturali, religiose, di genere) che, al di là di qualche passaggio didascalico dello script, mantiene comunque una propria coerenza drammaturgica e contiene anche alcune pregevoli soluzioni stilistiche (come ad esempio il piano-sequenza che racconta il drammatico momento della violenza subita da Nour). E dove l’ipocrisia dell’etereogenea società che circonda le tre giovani protagoniste diventa il fil rouge in grado di tradurre nel linguaggio delle immagini e dei suoni la complessità di un luogo paradigmatico del caos contemporaneo.