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Martedì 06/02 | Ore 21:00

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

Genere giallo. Diretto da Donato Carrisi, con Toni Servillo e Alessio Boni. Durata 127 minuti. Distribuito da Medusa Film.

La ragazza nella nebbia, thriller firmato Donato Carrisi, vanta un cast stellare capitanato da Toni Servillo, al fianco di Jean Reno e Alessio Boni.
Un banco di nebbia fitta avvolge il paese di Avechot, nella piccola valle incuneata tra le Alpi. La nebbia che ha inghiottito le case e le strade si abbatte anche sull’auto dell’agente Vogel: la vettura finisce in un fosso e l’uomo, pur essendo uscito incolume dall’incidente, ha i vestiti ricoperti di sangue. Smarrito, senza ricordi delle ultime ore, Vogel viene seguito da uno psichiatra insieme al quale ripercorre gli ultimi turbolenti mesi della sua vita. Bisogna tornare indietro alla scomparsa della sedicenne Anna Lou, capelli rossi, lentiggini sulle guance: la pista della fuga volontaria si incrocia con quella del rapimento, e la risonanza mediatica assunta dal caso richiede l’intervento dell’agente speciale. Abile nel pilotare l’attenzione di Tv e giornali, il modus operandi di Vogel prevede la “santificazione” della vittima e al contempo la creazione del fantomatico mostro che ne ha spezzato l’esistenza. Il profilo del pacifico professor Martini è perfettamente calzante con la descrizione dell’uomo che Vogel cerca, il colpevole ideale da dare in pasto all’audience. Eppure, ancora troppi interrogativi restano aperti: perché, dopo gli eventi di alcuni mesi prima, Vogel si trova ad Avechot? Qual è la causa dell’incidente? E a chi appartiene il sangue sui suoi vestiti?

Recensione di FilmCronache – Sale della Comunità

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Venerdì 02/01 | Ore 21:00
Sabato 03/02 | Ore 21:00
Domenica 04/02 | Ore 16:00 e 21:00

C’EST LA VIE – PRENDILA COME VIENE

Genere commedia. Diretto da Olivier Nakache, Eric Toledano, con Jean-Pierre Bacri e Gilles Lellouche. Durata 115 minuti. Distribuito da Videa.

Tra catastrofiche gaffes e imprevedibili eventi, una scombinata impresa di catering tenta di regalare una giornata indimenticabile a una coppia di giovani sposi.
Nulla è più importante per Pierre (Benjamin Lavernhe) ed Héléna del giorno del proprio matrimonio! Tutto deve essere magico, bellissimo, impeccabile, a partire dallo sfarzoso ricevimento nel giardino di un magnifico castello poco fuori Parigi, affittato per l’occasione. Presto però, il matrimonio “sobrio ed elegante” che la coppia desidera sfugge al controllo dell’inflessibile Max (Jean-Pierre Bacri), navigato wedding planner, incapace questa volta di tenere a freno i vizi e le eccentricità dell’indisciplinata brigata. Nonostante i rimproveri e gli avvertimenti, lo scoraggiato responsabile del catering non impedisce al fotografo Guy (Jean-Paul Rouve) di chiamare “befana” la mamma dello sposo, né trattiene l’animatore James (Gilles Lellouche) dal roteare il tovagliolo davanti al naso dei testimoni. Può soltanto tapparsi le orecchie in presenza del malinconico valletto Julien (Vincent Macaigne), o dell’irascibile assistente Adèle (Eye Haidara). E non può niente nemmeno contro le pretese dell’impaziente amante Josiane (Suzanne Clément).
Ma è solo quando arriva il cameriere improvvisato Samy, che la commedia degli equivoci diventa una commedia degli equivoci culinari, dove “rombo” o “flute” sono figure geometriche e strumenti musicali, oltre che indiscussi protagonisti della tavola imbandita.
Il film segue i preparativi della festa, attraverso gli occhi dei suoi impotenti organizzatori, i quali, alla fine di una lunga giornata ricca di soprese e colpi di scena non potranno che farsi una bella risata ed esclamare “C’est la vie”.

Una commedia umana metafora della Francia odierna

Due giovani hanno deciso di sposarsi in un magnifico castello poco fuori Parigi, affittato per l’occasione, e per organizzare la festa di matrimonio hanno scelto di affidarsi ad una collaudata équipe di catering guidata dal navigato wedding planner Max. Ma quello che doveva essere un momento sobrio ed elegante, indimenticabile per la coppia di sposi e per i loro invitati, si tramuterà in una lunga giornata ricca di gaffes, colpi di scena e incidenti fuori programma…

Una coralità alla Altman di Gosford Park, ma giocata, qui, più sullo scacco esistenziale che sulla rigidità dei rapporti di classe tra alta borghesia e servitù. E poi, ritmi vorticosi alla Rumori fuori scena, con un benevolo sguardo “dietro le quinte” al gruppo di strampalati camerieri che ricorda da vicino l’empatia verso la sgangherata compagnia di attori nello scoppiettante film di Bogdanovich.

Sono solo due dei tanti, possibili accostamenti cinematografici seguìti, a caldo, alla visione di C’est la vie-Prendila come viene, il nuovo film dei registi di Quasi amici, Eric Toledano e Olivier Nakache, che dopo l’immersione nelle notti buie dei sans papiers in Samba tornano alla commedia di costume, non dimenticando però di immettere nel loro nuovo lungometraggio significativi sottotesti sociali. Provvista di battute spassose e talvolta esilaranti, C’est la vie è una comédie humaine decisamente pimpante ma con retrogusto amaro. È lì, nel contenere slanci e ansie, doveri e ribellioni, splendori e miserie, sintetizzati dall’intero team impegnato a preservare quel “senso della festa” che dà il titolo originale al film, che l’opera di Toledano e Nakache trova una sintesi efficace, alimentata dalla prestazione eccellente di tutti gli interpreti. A cominciare da Jean-Pierre Bacri, boss burbero tra cucine e fornelli, vulnerabile nell’affettività privata.

In questa sovrapposizione di volti, caratteri, parole e canzoni, C’est la vie si pone come un evidente microcosmo della Francia odierna e multietnica, impreparata forse ad affrontare le assillanti sfide della contemporaneità (in primis gli attentati terroristici) ma ancora in grado, come l’affannata équipecapitanata dal solerte Max, di rimboccarsi le maniche, restare unita e guardare avanti, ricominciando quando tutto sembrava perduto. Nel registrare le varie fasi del ricevimento di nozze, dai preparativi alla conclusione, sfiorando la catastrofe a più riprese (i fusibili che saltano, il piatto principale del menù avariato, gli screzi tra l’assistente del capo e l’egocentrico animatore) ma escogitando sempre un valido rimedio ad ogni improvvisa emergenza, C’est la vie trova la via giusta per divertire con intelligenza. E tra un fotografo che si abbuffa di antipasti e un domestico imparruccato che confonde i flute con gli strumenti musicali, Toledano e Nakache prendono idealmente sottobraccio, accompagnandolo fin sui titoli di coda, il malinconico valletto-professore che corregge le storture grammaticali dei suoi scombinati colleghi.

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Martedì 30/01 | Ore 21:00

LA SIGNORA DELLO ZOO DI VARSAVIA

#giornatadellamemoria

Genere drammatico. Diretto da Niki Caro, con Jessica Chastain e Daniel Brühl. Durata 127 minuti. Distribuito da M2 Pictures.

Ispirato alla storia vera di Jan e Antonina Zabinski, La signora dello zoo di Varsavia è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d’amore per la natura e gli animali.
Sul finire del 1939, le truppe naziste bombardano la capitale polacca, riducendo il famoso zoo a un cumulo di macerie. Il direttore della struttura e sua moglie (Jessica Chastain) assistono impotenti all’occupazione del Paese e alla costruzione del ghetto ebraico. Ma con l’inizio delle deportazioni, nel 1942, la coppia si mobilita per nascondere intere famiglie di Ebrei all’interno del giardino zoologico, mascherato da allevamento di maiali. La villa degli Zabinski e le vecchie gabbie ancora intatte diventano un rifugio segreto al riparo dai feroci nazisti. “La casa sotto la folle stella”, com’era chiamato lo zoo al tempo del suo massimo splendore, viene ricordata per aver salvato circa trecento Ebrei dal genocidio.

Controcampo, tutto femminile, di un film di guerra

Polonia 1939: quando la Germania nazista invade il paese, gli animali dello zoo di Varsavia vengono decimati dai bombardamenti. La famiglia Żabińskiche lo gestisce, sfruttando la conoscenza con lo zoologo tedesco cui ne viene affidata la direzione, si accorda per mantenere il luogo in attività come allevamento di maiali sebbene in realtà lo utilizzi come copertura per poter salvare gli uomini e i bambini ebrei internati nel ghetto. Durante i cinque terribili anni dell’occupazione tedesca ne riuscirà a salvare oltre 300.

Tratto da The Zookeeper’s Wife, il libro di Diane Ackerman incentrato sul diario inedito di Antonina Żabiński, La signora dello Zoo di Varsavia è un progetto fortemente sostenuto da Jessica Chastain, qui nel doppio ruolo di produttrice e di interprete principale. Un progetto connotato da uno sguardo interamente al femminile (quello della Ackerman sul mémoire della Żabiński, quello della regista Niki Caro, della sceneggiatrice Angela Workman e della produttrice/interprete Chastain sul libro della Ackerman) che, se da un lato produce un’interessante vertigine scopica su un tema affrontato quasi esclusivamente da sguardi maschili, difetta tuttavia di originalità nella scrittura e nelle scelte di messinscena.

Al di là dell’indubbio interesse che suscita la vicenda della famiglia Żabiński e di un impianto produttivo di buon livello che trova il proprio apice nel lavoro di alcuni materiali (scenografia e costumi ad esempio), molti (forse troppi) sono infatti i topoi narrativi che si susseguono all’interno del plot, così come molte (forse troppe) sono le soluzioni convenzionali cui ricorre  Niki Caro nell’impostare una regia corretta ma anodina. Un vero peccato, perché l’idea all’origine è tutt’altro che banale (una sorta di controcampo del film di guerra e di occupazione nazista, focalizzato sull’istinto di conservazione e preservazione della protagonista Antonina) e anche perché il film contiene sequenze d’indubbio valore (come ad esempio quella che ben restituisce lo spaesamento degli animali dopo il bombardamento nazista) che lasciano intravedere il talento della regista neozelandese.

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Venerdì 26/01 | Ore 21:00
Sabato 27/01 | Ore 21:00
Domenica 28/01 | Ore 16:00 e 21:00

ELLA & JOHN – THE LEISURE SEEKER

Genere drammatico. Diretto da Paolo Virzì, con Helen Mirren e Donald Sutherland. Durata 112 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

The Leisure Seeker è il soprannome del vecchio camper con cui Ella e John Spencer (Helen Mirren e Donald Sutherland, diretti da Paolo Virzì, al suo primo film in lingua inglese) andavano in vacanza coi figli negli anni Settanta. Una mattina d’estate, per sfuggire ad un destino di cure mediche che li separerebbe per sempre, la coppia sorprende i figli ormai adulti e invadenti e sale a bordo di quel veicolo anacronistico per scaraventarsi avventurosamente giù per la Old Route 1, destinazione Key West. John è svanito e smemorato ma forte, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima, insieme sembrano comporre a malapena una persona sola e quel loro viaggio in un’America che non riconoscono più – tra momenti esilaranti ed altri di autentico terrore – è l’occasione per ripercorrere una storia d’amore coniugale nutrita da passione e devozione, ma anche da ossessioni segrete che riemergono brutalmente, regalando rivelazioni sorprendenti fino all’ultimo istante.

La pazza gioia di finire insieme la vita: Amore e malattia in The Leisure Seeker

Finire insieme la vita? Accade dentro e fuori dallo schermo. Coniugi che muoiono a distanza di pochi giorni, nella realtà, così simbiotico era il loro procedere nella vita. Coniugi che calano il sipario insieme nel film di Paolo Virzì a Venezia 74 che vedremo solo nel 2018 in sala.

E’ una libertà? E’ un desiderio? E’ un bisogno? E’ una via obbligata? E’ un egoismo? Proviamo tutte queste sfumature di pensiero ed emozioni vedendo “The Leisure Seeker“, facciamo un giro di valzer che potrebbe farci girare la testa, vomitare lacrime, aprire rubinetti di dolore mai chiusi del tutto.

Un ultimo amplesso insieme, storditi, smemorati, doloranti e in cammino verso la morte per malattie diversissime. No nemmeno, solo l’accenno di una penetrazione per fare memoria e congedarsi attraverso il momento più alto della vita. Per dire quella tenerezza senza parole di quando il due è diventato uno in un matrimonio bislacco fatto di differenze, tradimenti e anche delusioni dell’ultimo minuto. Eppure rimane ancora la cosa più commestibile che la vita abbia saputo offrire: amarci, fare dei figli e lasciarli alla loro strada rischiando, in definitiva, di deresponsabilizzarli (per troppo amore per noi stessi?).  Può essere. Paolo Virzì si prende, comunque, il rischio di sbagliare e del suo coraggio c’è da avere rispetto. E’ il rischio di chi sceglie. Di chi pretende di scegliere. E’ la pazza gioia di chiudere, insieme.

Recensione FilmCronache:

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Martedì 23/01 | Ore 21:00

L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN

Genere commedia. Diretto da Joseph Cedar, con Richard Gere e Michael Sheen. Durata 118 minuti. Distribuito da Lucky Red.

Se chiedi a Norman Opphennaimer quale sia il suo mestiere, la risposta sarà “se le serve qualcosa io gliela trovo!”. Norman (Richard Gere) è dunque un mercante di promesse, un trafficante di favori, un sistematico investitore di aspettative a lungo termine; la sua incredibile vita è una ragnatela di relazioni superflue, volte ad acquistare fama e potere a spese altrui, senza ombra di parassitismo, ma come riscossione di un antico debito non ancora saldato. In poche parole: il navigato affarista di New York fiuta una necessità, poi la soddisfa con l’astuzia e la lungimiranza che lo contraddistinguono. Quando Micha Eshel (Lior Ashkenazi), un giovane politico che alcuni anni prima ha ricevuto la solidale “consulenza” di Norman, viene eletto Primo Ministro, il giorno che l’uomo ha tanto desiderato sembra finalmente arrivato. Ma sarà davvero come lo immaginava?

Uno spudorato imbroglione nella New York dell’alta finanza

Nelle strade e nei parchi di New York Norman Oppenheimer si spaccia per uomo d’affari, presentandosi a stupiti interlocutori come consulente di strategie aziendali. Il suo mestiere, in realtà, è quello di intrufolarsi nelle alte sfere del business e nelle vite agiate altrui sperando di ricevere in cambio ammirazione e successo. Un giorno riesce ad avvicinare un deputato israeliano in visita negli Usa, comprandogli un costoso paio di scarpe: il punto d’inizio di una spudorata scalata alla upper class o l’ultimo atto di una patetica pantomima manipolatrice?

Osservato in superficie, L’incredibile vita di Norman appare come la storia, godibilmente sospesa tra cialtroneria e scaltrezza, di un imbroglione dal cuore d’oro che si specchia nella vita degli altri per trarne giovamento, un “signor nessuno” perennemente aggrappato all’auricolare telefonico, infilato nelle orecchie da mattina a sera, per strappare appuntamenti che contano e stringere relazioni altolocate. In realtà, nel film di Joseph Cedar pulsano sottotraccia tensioni e temi profondi, attinti a piene mani dalla cultura ebraica e riposizionati nel mondo torbido di Wall Street: la contrapposizione tra volontà individuale e imperscrutabilità del destino, la messa a confronto stridente di un’artificiale attitudine al compromesso con la naturale aspirazione all’assoluto.

Mescolando consapevolmente cortigianerie e invidie, buone maniere e sfacciate menzogne, L’incredibile vita di Norman si presenta dunque come una commedia yiddish, che strizza l’occhio a Woody Allen e con un Richard Gere capace di dare volto, gestualità e parole ad un protagonista amabile per la sua latente frustrazione, smerciata per incrollabile tenacia, e detestabile per la stessa, miope insensatezza del suo agire. Burattino senza fili suo malgrado, pedina, cioè, autodisposta senza paracadute sullo scacchiere spietato dell’alta finanza e dei roventi cortocircuiti della politica, Norman Oppenheimer in fondo è un alter ego di quegli stessi potenti a cui fa la corte, il rovescio di una medaglia solo apparentemente dorata.

In realtà, la solitudine del non più giovane faccendiere, che per sentirsi vivo, intrappolato nell’eleganza stucchevole di un cappotto beige e di una sciarpa di cachemire, ha bisogno di essere riconosciuto come necessario dagli altri, è simmetricamente collegata all’intimo isolamento del politico israeliano, in un milieu umano fondato sull’inadeguatezza reciproca e collocato all’interno dell’establishment ebraico della Grande Mela e di Tel Aviv. Due riflessi, uno appena più sbiadito dell’altro, di una categoria sociale “obbligata” all’affermazione individuale, ma inasprita dal retrogusto amaro di una sconfitta esistenziale bruciante.

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