CINEMA D’ESSAI

Proponiamo al nostro affezionato pubblico una raccolta dei film che più di altri hanno raccolto consensi nei festival cinematografici internazionali, suscitando interesse tra gli spettatori.

Ricordiamo che gli spettacoli sono proiettati il Martedì alle ore 20.30 – Ingresso 5 € per tutti! Non è previsto nessun abbonamento, ma puoi richiedere la tessera fedeltà, che è valida tutti i giorni: ogni 15 film, 1 in omaggio! Di seguito troverete il programma in corso dei nostri 3 cicli d’essai: – Inverno d’Essai (Gennaio-Marzo) – Primavera d’Essai (Aprile-Giugno) – Autunno d’essai (Settembre -Dicembre)

Cinema D’Essai Aprile – Maggio 2026

Diabolik Chi sei? è un film di genere giallo del 2023, diretto da Antonio Manetti, Marco Manetti, con Giacomo Gianniotti e Miriam Leone

Diabolik Chi sei?, diretto da Antonio e Marco Mainetti, è il terzo film sul re del terrore interpretato da Giacomo Gianniotti. Diabolik e la sua complice, nonché amante, Eva Kant (Miriam Leone) sono pronti a mettere in atto un nuovo ingegnoso piano, mentre l’ispettore Ginko (Valerio Mastandrea) cercherà ancora una volta di impedire alla coppia di portare a termine la loro missione e riuscire finalmente ad arrestarli.
Questa volta il ladro e l’ispettore verranno entrambi catturati da una banda di criminali, ritrovandosi faccia a faccia intrappolati nella stessa cella. Non avendo alcuna via d’uscita e sicuri di essere destinati alla morte, i due uomini avranno un confronto, durante il quale Diabolik rivelerà a Ginko il suo passato oscuro.
Nel frattempo sia Eva Kant che Altea (Monica Bellucci) sono alla ricerca dei loro uomini. Le due donne uniranno le forze per salvare i loro amati?

Babylon è un film di genere drammatico del 2022, diretto da Damien Chazelle, con Margot Robbie e Brad Pitt.

 

Babylon, il film diretto da Damien Chazelle, ci porta nella Los Angeles degli anni 20 del Novecento. È l’Epoca d’Oro di Hollywood, regno della sregolatezza, dell’esuberanza e delle folli ambizioni ma è anche un momento cruciale per l’industria cinematografica, con il passaggio dai film muti a quelli sonori. Una rivoluzione che segnerà l’ascesa di nuove stelle e la rovina di vecchie glorie.
Seguiamo le vicende personali e professionali dei quattro protagonisti principali: Manny Torres (Diego Calva), un aspirante attore ispano-americano, che all’inizio si deve accontentare di un lavoro di assistente sul set, Jack Conrad (Brad Pitt), un famoso attore, tra i più pagati a Hollywood, noto per la sua vita privata sregolata, tra feste, divorzi e affari pochi chiari, preoccupato dall’arrivo dal sonoro, che rischia di stroncargli la carriera.
C’è poi la conturbante ma insicura Nellie LaRoy (Margot Robbie), destinata a diventare una stella dall’oggi all’indomani. Per lei la vita dovrebbe essere un party senza fine.
Il quarto protagonista principale di questa storia è Sidney Palmer (Jovan Adepo) un giovane trombettista jazz che ha l’opportunità di iniziare una carriera nel cinema.
Intorno a loro ruotano diversi personaggi, da Elinor St. John (Jean Smart), giornalista specializzata in cronaca scandalistica senza peli sulla lingua, a James McKay (Tobey Maguire) un gangster tossicodipendente in cerca di gloria, da Fay Zhu (Li Jun Li), attrice e cantante spesso protagonista delle sfavillanti serate hollywoodiane, a Irving Thalberg (Max Minghella), uno dei più noti produttori cinematografici degli anni 20 e 30, unico personaggio del film realmente esistito.

Tratto dall’ominima pièce teatrale da lui stesso diretta, Alessandro Bardani realizza un film la cui apparente semplicità di esecuzione è frutto di una sensibilità artistica che trova una magica sintonia con gli attori.

Onestà intellettuale, sensibilità umana, generosità artistica.
È una rarità che un film possieda questa terzina di valori. Raccontare una storia con sincerità narrativa, a prescindere dal contenuto, significa conoscerne i limiti, individuarne la forza e darle risalto. Nello sviluppo (equilibrio sui tre atti) e nei dettagli (scene e dialoghi).
Il regista Alessandro Bardani ha lavorato a lungo sull’omonima pièce teatrale, da lui scritta e diretta insieme a Luigi Di Capua, che dal 2015 in poi ha entusiasmato il pubblico da ogni palcoscenico. La transizione della storia verso lo schermo ha dunque ereditato un solido copione, adattato dagli stessi Bardani e Di Capua con Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli. Con le potenzialità del cinema, erano molteplici le strade che si aprivano di fronte ai due autori, ma nessuna di quelle imboccate si è rivelata un vicolo cieco.

Il più bel secolo della mia vita racconta l’incontro tra un centenario e un 25enne. Il conflitto tra di loro non è soltanto generazionale. Il vecchio, pur contando i giorni che che gli rimangono, è proiettato verso il futuro come sempre ha fatto nella sua vita, in fuga da un passato che non ha mai voluto guardare in faccia. Il giovane, che davanti a sé ha un’eternità, si tiene ancorato alle sue radici con la frustrazione di non sapere a quale albero appartengano.
Il tema toccato dal film punta il dito contro una legge tuttora in vigore in Italia che impedisce a un figlio non riconosciuto alla nascita, di conoscere l’identità dei suoi genitori biologici, almeno non prima del compimento del centesimo anno di età. È questo l’elemento che accomuna i due protagonisti, interpretati dal perfettamente in parte Valerio Lundini e dal sempre impeccabile Sergio Castellitto (la cui performance è arricchitta dall’impressionante trucco prostetico di Andrea Leanza).

La collaborazione tra Bardani e i due attori porta rigogliosi frutti.
Di generosità artistica, si diceva, ce n’è in abbondanza e lo si comprende da come le interpretazioni si nutrano del testo e viceversa. L’irriverenza di alcuni passaggi è gestita con una sensibilità tale da mettere in risalto i sentimenti dei personaggi, senza mai dimenticare le motivazioni che li fanno andare avanti, a volte sulla stessa linea direttrice, altre volte in sensi opposti. Il titoli di coda arrivano dopo un bellissimo finale, quando ci si rende conto che sono trascorsi in totale 83 minuti. Ma il tempo cinematografico è relativo, se è usato con intelligenza. Ed è in questo momento che noi spettatori scopriamo cosa ci abbia lasciato Il più bel secolo della mia vita: un velo di compiutezza e soddisfazione. Uno stato d’animo gradito che vogliamo si protragga il più possibile.